Bolivia: la crisi come ritorno della storia coloniale

In merito alle rivolte popolari che hanno sconvolto la Bolivia negli ultimi giorni, abbiamo parlato con Rosario Aquím Chávez, filosofa, saggista e docente universitaria boliviana, con l’intento di comprendere le dimensioni storiche, politiche e strutturali che caratterizzano l’attuale crisi del Paese.

La crisi boliviana non può essere interpretata come un episodio che riguarda solamente l’andamento economico o provocata esclusivamente dalle recenti proteste o dall’instabilità politica. Ridurla a una contingenza circostanziale significherebbe ignorare la densità storica delle contraddizioni che attraversano lo Stato boliviano sin dalla sua costituzione repubblicana. La conflittualità contemporanea esprime, piuttosto, il susseguirsi

di fratture strutturali accumulate nel corso dei secoli e riorganizzate sotto diverse forme di dominio politico, economico e simbolico. Da questa prospettiva, la fondazione della Repubblica nel 1825 non rappresentò una rottura radicale con l’ordine coloniale, ma, in molti sensi, la sua riconfigurazione sotto nuove forme istituzionali. Lo Stato repubblicano ereditò e riprodusse strutture di esclusione razziale, concentrazione del potere e subordinazione economica che mantennero intatta la logica coloniale nel seno della modernità creola. Ciò che oggi emerge con intensità è proprio l’esaurimento storico di quella continuità strutturale.

L’attuale crisi economica, politica e sociale mette in luce i limiti storici di un modello di accumulazione basato sull’estrattivismo e sulla dipendenza dai proventi derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali. Per quasi due decenni, la Bolivia ha mantenuto una relativa stabilità macroeconomica, sostenuta fondamentalmente dai proventi del gas, dai sussidi statali e dall’espansione dei consumi interni. Tuttavia, tale schema dipendeva da una condizione eccezionale: l’esistenza di elevati proventi derivanti dall’esportazione di idrocarburi. Quel ciclo storico è giunto al termine a causa della diminuzione delle riserve di gas, del calo della produzione e della riduzione della dipendenza energetica di paesi come il Brasile e l’Argentina, che hanno gravemente indebolito la capacità dello Stato di accogliere la valuta estera. Di conseguenza, la Bolivia si trova oggi ad affrontare una crisi di disponibilità di dollari che incide direttamente sull’importazione di carburanti e sul funzionamento generale dell’economia nazionale. Le lunghe code per accedere alla benzina, la proliferazione dei mercati paralleli di valuta estera, l’aumento sostenuto del costo della vita, la carenza di beni e l’aumento dei conflitti sociali non costituiscono fenomeni isolati; sono manifestazioni visibili di una crisi più profonda: la crisi di riproduzione materiale dello Stato.

In tal senso, la Bolivia non sta affrontando solo una crisi morale o una disputa strettamente politica per il potere, ma è in gioco la capacità stessa dello Stato di sostenere il modello economico e sociale che per anni ha garantito una relativa stabilità e legittimità politica, in particolare durante il ciclo storico incentrato sul Movimento per il Socialismo1. Il dibattito sui sussidi ai carburanti sintetizza chiaramente questa contraddizione strutturale. Per anni, il sussidio ha funzionato come un meccanismo di contenimento sociale e di ridistribuzione indiretta, che ha permesso di preservare una certa stabilità economica e politica. Tuttavia, la crescita sostenuta del suo costo lo ha trasformato in un onere fiscale sempre più difficile da sostenere. Lo Stato boliviano appare così intrappolato in un paradosso irrisolvibile: mantenere il sussidio che aggrava il deficit fiscale, oppure eliminarlo e scatenare disordini sociali, erodendo ulteriormente la legittimità del governo. Lo Stato ha optato per la seconda possibilità.

Tuttavia, la crisi attuale va ben oltre la dimensione economica. La Bolivia sta attraversando anche una profonda frammentazione sul fronte popolare, la cui polarizzazione non può più essere spiegata solo con il classico antagonismo tra destra e sinistra. Le fratture attraversano oggi lo stesso blocco politico e sociale che ha dato vita al cosiddetto «processo di cambiamento». Organizzazioni sindacali, gruppi indigeni, movimenti contadini, dirigenze di partito e nuove élite burocratiche si contendono spazi di rappresentanza, legittimità e potere. Il blocco storico, che per anni ha sostenuto una narrativa coesa di trasformazione sociale, ha iniziato progressivamente a disgregarsi sotto il peso di contraddizioni interne irrisolte. In questo scenario, la figura di Evo Morales, sebbene alcuni la considerino una “figura morta”, conserva ancora una capacità di richiamo simbolico in determinati settori popolari, specialmente contadini e coltivatori di coca, anche se non detiene più l’egemonia politica indiscussa che ha caratterizzato le fasi precedenti alla sua leadership.

D’altro canto, l’attuale governo sta subendo un rapido calo di legittimità, poiché le promesse di stabilità, crescita e investimenti privati fatte in campagna elettorale si scontrano oggi con i limiti strutturali di un’economia dipendente, vulnerabile e poco diversificata. A ciò si aggiungono errori politici e strategici commessi nei primi mesi di governo: misure di austerità percepite come brusche in un contesto di inflazione e di esaurimento sociale; un gabinetto tecnocratico e imprenditoriale che ha escluso le organizzazioni sociali, indigene e sindacali; la sottovalutazione del peso simbolico dello Stato Plurinazionale; il tentativo di imporre una rapida “normalizzazione” politica in un Paese attraversato da profonde fratture; e una gestione conflittuale delle proteste che ha finito per radicalizzare il malcontento. Allo stesso modo, il governo ha mostrato difficoltà nel rispondere al malessere economico quotidiano, proponendo un discorso altamente tecnico, ma con scarsa capacità di alleviare le condizioni di vita della popolazione. La fragilità della coalizione di governo, l’eccessiva fiducia nel sostegno internazionale e imprenditoriale e le denunce di repressione durante gli scioperi hanno ulteriormente aggravato la frattura tra il governo e ampi settori della società. Infine, forse il problema più profondo risiede nel fatto che il governo ha parlato molto di efficienza, meritocrazia e stabilizzazione, ma molto poco di memoria storica, disuguaglianza coloniale e frattura sociale, senza considerare che, in Bolivia, governare esclusivamente sulla base della razionalità economica spesso risulta insufficiente, perché la legittimità è anche simbolica, comunitaria e culturale.

In sintesi, le aspettative sociali accumulate nel corso degli anni hanno ampiamente superato la capacità di risposta dello Stato, generando una crescente percezione di distacco tra il governo e le richieste popolari. A ciò si aggiunge la sfiducia sociale, che non è più rivolta esclusivamente alla maggioranza al potere, ma si estende anche all’opposizione, alle istituzioni statali, ai partiti politici e persino alle stesse leadership sociali. Questa crisi di rappresentanza spiega, in larga misura, il carattere eterogeneo e frammentario delle attuali mobilitazioni, in cui convergono minatori, contadini, trasportatori, comitati di quartiere, sindacati urbani e lavoratori precari senza una narrazione politica unificata.

E, con questa crisi come sfondo, riaffiorano antiche fratture storiche che non sono mai state del tutto risolte: le tensioni tra indigeni e creoli, tra campagna e città, tra est e ovest, tra élite e classi popolari. Inoltre, si riaccende la disputa tra due visioni del Paese: una incentrata sulla modernizzazione liberale e l’altra legata al progetto plurinazionale. La crisi boliviana assume così una dimensione profondamente simbolica e di civiltà, perché la posta in gioco non è solo l’amministrazione dello Stato, ma lo stesso significato storico della Bolivia; dato che, in contesti di profonda conflittualità, le ferite coloniali e razziali riemergono con forza, riaprendo la domanda fondamentale su chi abbia la legittimità per governare il Paese e sotto quale progetto storico.

In questo contesto, lo Stato Plurinazionale torna ad essere un campo di battaglia politico e ideologico, poiché, per ampi settori storicamente emarginati, ha rappresentato un riconoscimento simbolico, un’estensione della cittadinanza e un’inclusione culturale. Tuttavia, il processo stesso è stato attraversato da profonde contraddizioni, come la persistenza dell’estrattivismo, la dipendenza economica, la burocratizzazione dello Stato, la concentrazione

del potere e la riproduzione di vecchie pratiche di corruzione. Il disincanto generato da queste tensioni ha contribuito, oggi, alla crescente radicalizzazione politica, che si manifesta in scenari caratterizzati da blocchi stradali, scontri, uso di dinamite, militarizzazione parziale e discorsi che evocano apertamente scenari di destabilizzazione, rottura istituzionale o addirittura guerra civile. Tutto ciò avviene mentre il Paese continua a portare il peso del ricordo traumatico della crisi del 2019, di massacri come quelli di Sacaba e Senkata, delle persecuzioni politiche e di un’estrema polarizzazione sociale. In queste circostanze, la democrazia boliviana sembra attraversare una fase di profonda stanchezza storica, caratterizzata, inoltre, dall’indebolimento dei consensi minimi che sostengono la convivenza politica.

A questa complessa situazione si aggiunge, inoltre, una dimensione geopolitica sempre più determinante e potenzialmente esplosiva, legata alla partecipazione dell’attuale governo al cosiddetto «Scudo delle Americhe» e alle nuove forme di allineamento che ciò comporta. La Bolivia occupa oggi una posizione strategica nella disputa globale per le risorse naturali critiche, in particolare il litio, la cui importanza cresce rapidamente nel contesto contemporaneo di transizione energetica, digitalizzazione tecnologica e riconfigurazione del capitalismo mondiale. In tempi di crisi sistemica, le risorse naturali smettono di essere solo beni economici per diventare strumenti di potere geopolitico, sicurezza energetica e controllo territoriale. In questo scenario, la Bolivia non può più essere letta solo alla luce delle sue dinamiche politiche interne. Il Paese inizia a inserirsi in una trama molto più ampia di

dispute tra potenze globali, corporazioni transnazionali e blocchi geostrategici che cercano di assicurarsi un accesso privilegiato ai minerali indispensabili per l’industria tecnologica, militare ed energetica del XXI secolo. Il litio, insieme ad altre risorse strategiche, diventa così un elemento centrale di una nuova cartografia del potere mondiale.

La gravità della situazione risiede nel fatto che questa disputa si inserisce in un contesto di indebolimento istituzionale, frammentazione politica interna e crescente conflittualità sociale. Storicamente, l’America Latina ha dimostrato che i periodi di crisi economica e di disgregazione dello Stato tendono a coincidere con livelli più elevati di ingerenza esterna, specialmente quando sono in gioco risorse strategiche. La pressione per garantire “stabilità”, “certezza giuridica” o “protezione degli investimenti” finisce spesso per giustificare meccanismi di controllo politico, finanziario o persino militare su territori considerati strategici.

La partecipazione a programmi di sicurezza a livello continentale come lo «Scudo delle Americhe» può essere interpretata, in questo contesto, come parte di una riorganizzazione continentale delle dottrine di sicurezza e governance. Sotto la copertura della cooperazione regionale, della lotta contro le minacce ibride o della stabilità democratica, iniziano a consolidarsi nuove architetture di sorveglianza geopolitica su territori ricchi di beni comuni strategici. Non si tratta solo di accordi militari: si tratta di meccanismi di articolazione tra sicurezza, risorse naturali e governabilità politica.

La questione assume dunque una dimensione particolarmente delicata in Bolivia a causa della storica fragilità della sovranità statale di fronte alle dinamiche estrattive globali. Esiste il rischio che la crisi attuale dia il via a una nuova fase di subordinazione geopolitica, in cui le decisioni economiche e territoriali risultino sempre più condizionate da interessi esterni legati al controllo delle catene globali di approvvigionamento energetico e tecnologico. In altre parole, il litio non rappresenta solo un’opportunità economica; rappresenta anche una possibile riedizione contemporanea della vecchia maledizione coloniale delle risorse naturali. Così come l’argento di Potosí ha violentemente legato le Ande alla nascita del capitalismo europeo, il litio potrebbe reinserire la Bolivia in un’economia mondiale in cui il territorio fornisce materie prime, mentre altri centri concentrano tecnologia,

industrializzazione e accumulazione di ricchezza.

Il paradosso storico è profondo: la cosiddetta «transizione energetica verde», presentata a livello globale come un orizzonte di civilizzazione sostenibile, potrebbe riprodurre nuove forme di colonialismo estrattivo sui territori indigeni e popolari del Sud del mondo. La decarbonizzazione del Nord rischia di basarsi su un’intensificazione dello sfruttamento territoriale nel Sud. In questo senso, la disputa sul litio non è solo economica né tecnologica; riguarda anche lo sviluppo.

Per questo motivo, l’attuale crisi boliviana non può essere ridotta a una lotta congiunturale tra governo e opposizione. La posta in gioco è il posto che la Bolivia occuperà nella nuova riorganizzazione del potere mondiale: se continuerà a essere un territorio subordinato alle esigenze strategiche del capitalismo globale o se sarà in grado di costruire forme sovrane, comunitarie e decolonizzatrici di gestione dei propri beni comuni. La crisi attuale esprime, in realtà, l’esaurimento simultaneo di un modello economico estrattivista, di un sistema istituzionale attraversato da profonde fratture coloniali e di una classe politica incapace di rispondere alle richieste storiche di giustizia sociale, autodeterminazione e dignità collettiva. In un contesto caratterizzato da conflitti, precarietà economica e crescenti tensioni geopolitiche per le risorse strategiche, la Bolivia si trova nuovamente di fronte a una domanda storica fondamentale: se sarà nuovamente sacrificata come periferia funzionale dell’ordine mondiale o se riuscirà a trasformare questa crisi in un’opportunità per rifondare la propria civiltà.

1 Il MAS è un partito politico boliviano di sinistra fondato nel 1997. È stato il partito al governo tra il 2006 e il 2019 sotto la guida di Evo Morales, dalla sua prima vittoria alle elezioni del dicembre 2005 fino alla crisi politica del 2019; e poi nel 2020 con la vittoria di Luis Arce alle elezioni di ottobre, con mandato fino al 2025.