Da ECN ad A/I. Strumento o lotta? Dall’avanguardia alla sopravvivenza

L’attacco subito e la chiusura di Autistici/Inventati, infrastruttura di servizi internet autogestiti, ha riaperto il dibattito all’interno del movimento hacker sulle forme e i metodi usati e da mettere in campo.
Ripercorrendo rapidamente la genesi di A/I, il suo ruolo e le ragioni del suo scioglimento, riportiamo alcune ipotesi di strategie future che alcune realtà politiche del panorama digitale hanno condiviso con l’Accademia della Modernità Democratica.

Autistici/Inventati affonda le sue radici in progetti precedenti come ECN (European Counter Network), nato prima dell’avvento di internet per esplorare la “telematica” ovvero l’uso combinato di computer e telefono tramite BBS. Il Bulletin Board System consentiva a computer remoti di accedere a un elaboratore centrale per condividere o prelevare risorse; sviluppato negli anni ’70 in USA, ha costituito il fulcro delle prime comunicazioni telematiche (messaggistica, forum, newsgroup e file sharing). Già dal 1989 ECN aveva riunito varie anime del movimento hacker da varie parti d’Europa in una piattaforma che operava con un approccio misto: strumento di comunicazione da un lato, rivendicazione di libertà d’uso dall’altro.
Con alle spalle una frizzantezza dell’attivismo hacker e digitale sempre in maggiore crescita, nel finire del secolo scorso, nasce progetto A/I. Negli anni ’90 la rete si presenta ancora molto meno strutturata di quella che conosciamo adesso; in quel frangente, la forte presenza e capacità online di movimenti e centri sociali li attestava palestemente un passo avanti alle istituzioni statali e la rete era ancora un campo inesplorato con molti margini di manovra. Questa libertà verrà definita successivamente come una parziale illusione, essendosi, nel tempo, eroso lo spazio d’azione e divenuto sempre più soggetto alle logiche della Modernità capitalista.

E’ nel 1999, a Firenze, si tiene il primo Hack Meeting, ovvero il primo incontro fisico tra i movimenti hacker, ed è proprio il circuito degli hacklab, i laboratori locali, ad esprimere la necessità di un server più grande di ECN. Nel 2001, a Catania, viene ufficialmente presentato il progetto. Per esprimere meglio la vivacità del movimento hacker di quegli anni riportiamo la citazione di G.: “È interessante capire anche il tipo di composizione di questi incontri, cioè il tipo di persone che hanno creato questo server e il tipo di relazioni tra loro. La presentazione era stata a Catania, prima del G8 di Genova. Però, praticamente, finita la presentazione del Hack Meeting a Catania, la maggior parte delle persone che io avevo visto lì le ho riviste tutte quante al G8 ad allestire il media center nel complesso delle scuole Diaz, senza che ci si fosse messi d’accordo su questo.”

Autistici e progetti simili, che negli anni ’90 rappresentavano un’avanguardia, con l’evoluzione di internet e la sua colonizzazione da parte di grandi attori commerciali, vengono sostanzialmente marginalizzati. Il percepirsi come “lotta di per sé” si trasforma più in una lotta di sopravvivenza. Esistere in una forma non commerciale, autogestita, protetta, diventa sempre più difficile. E’ anche per questo che il progetto si struttura sempre di più, avendo la necessità nel tempo di istituire un legal team che si occupasse dei svariati tentativi di attacco al server. L’ultimo, ed il più importante, avvenuto per mano del governo statunitense, è riuscito ad affossarlo.
Una volta designato come “Specially Designated Global Terrorist”, la difesa legale diventa impossibile, dato che le prove contro soggetti esterni agli USA sono spesso secretate, rendendo inefficaci anche i migliori avvocati.
La chiusura di Autistici ha, così, messo in luce come la pura capacità di esistere sul web sia diventata una lotta in sè, una lotta per la sopravvivenza, per quanto assurda possa sembrare. Il mondo di internet raccontato come uno spazio virtuale infinito in cui navigare liberi si è rivelato soggetto alle forme di oppressione della Modernità capitalista al pari della sua controparte reale.
Intendiamoci, non che “esistere” su internet abbia un valore di per sé, non è nemmeno indispensabile. E’ chiaro, però, che rappresenti un ambito della modernità da cui difficilmente si può prescindere, soprattutto per soggetti politici/culturali che hanno la necessità di stare al passo di una comunicazione e produzione di informazioni in costante accelerazione. La stragrande maggioranza delle organizzazioni, nelle più svariate forme, esistono in rete, ma dentro softwar, piattaforme, socialmedia, di cui non hanno alcun controllo e soggette all’estrazione di valore e alla commercializzazione persino dei propri contenuti. Quando parliamo di lotta per la sopravvivenza in rete, quindi, intendiamo una lotta per la sopravvivenza di forme non commercializzate e non soggette alle logiche proprietarie. Modelli di socialità e produzione tecnologica in opposizione al dominio capitalista, reti telematiche antagoniste, software liberi, pratiche di “guerriglia comunicativa” e tutte quelle pratiche che negli ultimi decenni l’attivismo digitale ha messo in piedi. Strumenti per difendere spazi di autonomia e immaginare alternative al sistema dominante. Oggi la possibilità dell’esistenza di tutto ciò è messo in discussione. Questa è una sfida i cui esiti sono incerti anche nel movimento hacker.

Il circuito di Hack Meeting, pur essendo reattivo, è stato colto impreparato dagli ultimi sviluppi, e la risposta sembra essere ancora frammentata in base alle aree di maggiore o minore coordinamento e abitudine all’organizzazione. La preoccupazione maggiore, all’interno del movimento, non è però tanto la ricostruzione dei server, che viene descritta come abbastanza semplice, quanto piuttosto l’escalation dell’attacco politico.
Nel contesto che noi definiremmo di Terza guerra mondiale, si assiste ad una contrazione sempre più estesa delle garanzie liberali e l’attacco alle istituzioni della società non lascia illeso lo spazio digitale, anzi.

La strategia della decentralizzazione. Il ruolo della società e della partecipazione diffusa.

“La risposta principale alla vulnerabilità di un’infrastruttura centralizzata è la decentralizzazione. Molti piccoli server sparpagliati rendono più difficile un attacco diretto e complessivo. Se un nodo viene colpito, il danno è limitato.” M. sintetizza così la nuova tattica di difesa. Potremmo dire che Autistici si era trasformato in un “mega parafulmine” con avvocati eccellenti. Ma quando la battaglia è diventata troppo grande, non ha retto. La nuova visione proposta dal movimento hacker riflette, oggi, proprio sulla creazione di “tante piccole entità diffuse”, dove i servizi nascono da un approccio politico autogenerato e le relazioni reali tra i partecipanti sono il fondamento della resistenza. Piccole comunità, unite da lotte condivise. Al centro il nodo della partecipazione attiva, che si evince dalle parole di M.:“Nonostante Autistici abbia sempre promosso la decentralizzazione, la sua crescita lo ha reso di fatto un servizio centralizzato, allentandone progressivamente l’aspetto della partecipazione collettiva. La differenza cruciale risiede nella partecipazione attiva: la vera lotta si manifesta quando si costruisce qualcosa insieme, non solo quando si usufruisce di un servizio.”
Nonostante la fattibilità tecnica di ricreare reti regionali di server autogestiti in tempi brevi, la sfida maggiore per il movimento hacker è quindi la diffusione della consapevolezza, non necessariamente della competenza tecnica approfondita.

La vicenda di Autistici rappresenta un punto di svolta, non tanto perché sia il primo attacco subito da strutture di questo tipo, già ECN, a suo tempo, era stato più volte oggetto di procedimenti da parte di autorità giudiziarie; piuttosto perché ha evidenziato la crescente compressione degli spazi di libertà e la vulnerabilità di infrastrutture percepite sino ad ora come solide alla luce dei diritti liberali. Le stesse basi del diritto liberale vengono meno, un pezzo alla volta, e la repressione si fa sempre più “caricaturale” ma con conseguenze reali. Basta ricordare la recente la messa in discussione, da parte delle istituzioni statali, del diritto internazionale.
L’attacco è “caricaturale” perché usa concetti e immaginari, come quello del terrorismo associato a gruppi antifa o A/I, con la consapevolezza della strumentalità. Al tempo stesso, al dilà dell’uso dello spettro del terrorismo, evidenzia un’idiosincrasia verso le forme di auto-organizzazione della società e gli strumenti di cui si dota.
La risposta su cui si sta interrogando il movimento hacker è un modello decentralizzato e confederale, basato su una forte coscienza politica e relazioni reali, che noi potremmo chiamare una società morale e politica, che consenta una resistenza consapevole e capillare. Quando parliamo di società morale e politica non intendiamo null’altro che una società in grado di svolgere le sue stesse funzioni, una società aperta e libera, in cui individui e gruppi possano essere soggetto attivo.
Così come i progetti di ECN e Autistici/Inventati sono sorti da processi assembleari e d’incontro, anche oggi il movimento hacker sta ripartendo da qui per ristrutturare la direzione. Riunioni chiuse e assemblee aperte, mobilitazioni, presidi ed eventi. E’ un movimento che ricostruisce gli strumenti di autodifesa, e riorganizza la resistenza; ponendo, al centro del dibattito, la partecipazione attiva della società ad una nuova presenza consapevole e proattiva in rete.