Gli ultimi anni hanno visto un’accelerazione costante della Terza guerra mondiale, ed il palesarsi di una crisi del sistema capitalista che, senza filtri, normalizza la guerra, tra gli Stati ed alla società. Abbiamo condiviso il calore della solidarietà delle piazze italiane, l’opposizione alle politiche di riarmo europee, e la mobilitazione di milioni di persone, tra spontaneità e organizzazione. In questo contesto abbiamo spesso affrontato la difficoltà di mettere insieme i pezzi della realtà plasmata dalla modernità capitalista. Si è parlato spesso del rischio intrinseco agli approcci cosiddetti campisti alla solidarietà internazionale. Abbiamo percepito la possibilità di cadere in narrazioni secondo cui sia necessario scegliere il “male minore”, o per cui la lotta di liberazione di un popolo debba necessariamente essere in contraddizione con la lotta di liberazione di un altro.
Nell’epoca col più alto accesso alle informazioni, siamo al contempo bombardati da false notizie e voluta disinformazione; tutto questo sta generando quella che, le neuroscienze, hanno definito come “impotenza appresa”, ovvero l’accettazione passiva della realtà più semplice come reazione all’iperstimolazione. Viviamo quella che è stata infatti definita come guerra speciale, che non ci vede coinvolti necessariamente in un conflitto armato, ma attacca principalmente le nostre capacità democratiche e di creare legami sociali. Per superare questi problemi, spesso dovuti ad un approccio idealistico fondato più su astrazioni che sulle condizioni materiali dei popoli oppressi, siamo convinti che sia necessario ascoltare la voce dei popoli e farsi raccontare le loro lotte per la libertà. La condivisione di queste criticità con diverse forze democratiche italiane ha portato, in due momenti diversi, alla costruzione di due eventi pubblici di riflessione ed approfondimento.
Nel gennaio e nell’aprile del 2026, a Firenze e Roma, si sono svolte due conferenze, organizzate in collaborazione con l’Accademia della Modernità Democratica, che hanno coinvolto militanti italian e provenienti da Kurdistan (Bakur e Rojhelat), Palestina e Iran. Obiettivo primario degli eventi era di informare tramite la voce dei protagonisti delle lotte, chiarire il mosaico di identità del Medio Oriente, valorizzare le resistenze di ieri e di oggi per poter costruire una prospettiva di unità nelle differenze.
I due eventi hanno visto complessivamente la partecipazione di alcune centinaia di persone, oltre che di diversi organi di stampa. Le diverse forze democratiche italiane, rispettivamente a Firenze e a Roma, hanno ribadito come, nel contesto di Terza guerra mondiale, multipolare e frammentata, si debba evitare di cadere in solidarietà campista ma costruire convergenza internazionale. Durante gli interventi delle persone relatrici è emersa la volontà di sviluppare un discorso che vada oltre la semplice solidarietà a un popolo oppresso, spesso vittimizzato, e capire come si possa diffondere una visione di società solidale e democratica. L’esigenza di pensare una continuità tra le lotte emerge lampante all’indomani delle partecipatissime mobilitazioni, in solidarietà alla Palestina e contro il riarmo, che hanno attraversato tutt’Italia nel 2025 e che stanno riemergendo in concomitanza con la seconda missione della Sumud Freedom Flotilla, ma che faticano ad avere capacità costruttiva tra le organizzazioni e i movimenti sociali.
Temi, quelli della solidarietà e dell’unità delle differenze, che il Collettivo di Fabbrica Operai ex GKN di Firenze, coorganizzatore del primo evento, ha fatto propri da tempo. In un’intervista, uno dei volti pubblici del collettivo diceva chiaramente: «Siamo partiti con il motto “Insorgiamo” e cammin facendo abbiamo capito che dovevamo unirci, “convergere”. Solo la convergenza delle lotte può produrre cambiamento reale, è necessario unire più esperienze per cambiare i rapporti di forza». La vertenza della ex GKN nasce come un collettivo di operai che lottano contro la chiusura della propria fabbrica, ma da quattro anni ormai porta avanti una battaglia per la riconversione industriale in chiave ecologica, il rilancio del lavoro cooperativo, e dalla lotta per un lavoro giusto e dignitoso. GKN ha ampliato il proprio orizzonte sino a diventare riferimento per le forze democratiche e ambientaliste, e più recentemente, dell’opposizione all’industria bellica.
La Rete 25 Aprile Roma Est, coorganizzatrice del secondo evento, è il network che raduna le realtà sociali e politiche del quadrante Est della città di Roma, e da quattro anni lavora alla costruzione di un percorso comune tra realtà con storie e modalità di lotta anche molto differenti. Partendo dalla volontà di attualizzare la lotta partigiana per superare una mera commemorazione del 25 aprile, la Rete è diventata un percorso di organizzazione e un momento d’incontro in città. La rivitalizzazione dei valori della Resistenza e dell’autodifesa della società, al centro delle iniziative della rete, è stata anche il principale tema dell’evento di aprile.
Luciana Romoli (partigiana della Brigata Garibaldi di Roma), Zylan Diyar (militante di Women Weaving the Future e TJK-E1), Sharif Hamad (militante palestinese di Gaza), Maryam Fathi (militante di KJAR2 e TJK-E), Neguin Bank (attivista di Donna Vita Libertà-Roma), sono state le persone che sono intervenute durante gli incontri, riportando un quadro storico di resistenza dei rispettivi popoli. Gli interventi hanno dimostrato come le varie lotte di resistenza si siano intrecciate tra loro, a volte convergendo, a volte meno, ma condividendo l’oppressione del sistema imperialista e coloniale, la dominazione patriarcale e i tentativi di annullamento delle minoranze.
Durante gli incontri è emerso il ruolo che la formazione degli Stati-nazione, ha avuto e continua ad avere nell’attuazione di un modello imperialista in Medioriente. In particolare, la creazione dello Stato turco e dello Stato di Israele è servita da trampolino per gli interessi britannici prima e statunitensi poi. L’importazione del modello dello Stato-nazione ha acuito i problemi già esistenti inun sistema basato su strutture tribali, autoritarismo e fortemente influenzato dalla religione. A un tessuto sociale multiculturale e dalle molteplici identità è stato imposto il modello monolitico di un solo Stato, un’unica bandiera, un’unica identità. È così che da un lato si sono alimentate le divisioni tra i popoli mentre dall’altro si stringevano accordi economici al servizio delle potenze egemoni. Se guardiamo in particolare a questi due Stati, possiamo chiaramente osservare come, al di là di una falsa propaganda di contrapposizione tra il governo turco e israeliano, fuori dai riflettori, si sono realizzate importanti relazioni economiche. La Turchia, ad esempio, è stato il quinto partner economico di Israele, con ingenti scambi anche in ambito militare.
Ma, come Neguin Bank ha fatto notare durante il secondo evento, la solidarietà e le relazioni internazionaliste vanno ricostruite su un altro livello, che non è quello dello Stato. Infatti, il sostegno economico del regime iraniano a alcuni partiti palestinesi non ne giustifica la crudeltà e il lato antidemocratico, né crea automaticamente un’alleanza tra i popoli oppressi.
Il passato ci insegna che le relazioni non sono avvenute solo tra governi, ma soprattutto tra i movimenti rivoluzionari; esiste, ad esempio, una solidarietà storica tra la resistenza palestinese e quella curda. È nei campi palestinesi della Valle di Beka che il Pkk ha iniziato ad organizzare i propri guerriglieri, ed è nel sostegno alla lotta di autodifesa palestinese contro Israele che ha perso dodici combattenti
I principi dell’internazionalismo sono stati alla base dello storico rapporto tra la resistenza palestinese e la guerriglia curda, ci hanno raccontato le compagne. Questa solidarietà e amicizia significa lottare affinché tutti i popoli, le identità, le fedi e i gruppi socio-politici che già vivono negli stessi territori si trovino in una posizione di parità e di democrazia, dando priorità alla costruzione della società democratica e non alla costruzione di nuovi Stati-nazione o forme di separazione, consapevoli che, come emerso durante il dibattito, il nemico è anche interno: mentre si combatte l’imperialismo che arriva da fuori non bisogna dimenticarsi di affrontare le derive reazionarie e nazionaliste interne.
Sharif Hamad lo ha espresso chiaramente nei due incontri: «Dobbiamo essere uniti, perché abbiamo un unico futuro» e ripercorrendo la sua infanzia «sono cresciuto con le foto di Abdullah Öcalan, Che Guevara, George Habas, Yasser Arafat, e di tutti i rivoluzionari del mondo in casa, perché la lotta è una».
Ad aprire la strada, come già sta accadendo, a tessere il futuro, la lotta delle donne.
Le donne sono l’avanguardia di ogni resistenza, riportava la partigiana Luciana Romoli, la loro prospettiva è fondamentale per creare una società giusta e libera. La costruzione delle organizzazioni di lotta autonome, come i Gruppi di difesa della donna, durante la Resistenza italiana al nazifascismo, non è certo un’esperienza peculiare ma frutto di un desiderio di liberazione che ritorna molte volte e in luoghi diversi nella storia delle lotte dell’umanità Sia in Kurdistan, che in Iran e Palestina, le donne hanno avuto un ruolo centrale nella resistenza e nello sviluppo del pensiero rivoluzionario; figure come Sakine Cansiz uccisa dai servizi segreti turchi in Francia nel 2013 o Marzieh Ahmadi uccisa dai servizi segreti del Regime dello Shah a Tehran, sono state ricordate durante gli eventi come martiri di queste lotte storiche, unite dallo stesso desiderio di libertà. Lo slogan, figlio di 50 anni di lotta di liberazione, “Jin Jiyan Azadi” (Donna, Vita, Libertà) ha avuto un’enorme diffusione, dalle montagne libere del Kurdistan, all’Iran e poi a tutto il mondo perché rappresenta una proposta di un paradigma di liberazione della donna che è oppressa in ogni parte del mondo.
Nell’incontro romano è emerso come la lotta delle madri rappresenti un continuum di forza della società espressa tra questi popoli oppressi, e come, pertanto, le Madri di Khavaran in Iran, le Madri del Sabato in Turchia, le Women Wage Peace in Palestina siano state capaci di trasformare il profondo dolore individuale nella più genuina resistenza collettiva.
Oltre le milioni di persone cadute in queste lotte, colonna portante della lotta internazionalista deve essere la richiesta di libertà per i prigionieri politici. Tutte le persone relatrici hanno fatto appello affinché si puntino i riflettori sulle migliaia di palestinesi, curdi, persiani, e di ogni popolo, ancora detenuti. In particolare, è urgente che si faccia luce sui prigionieri politici che in Iran, all’ombra del conflitto tra il regime e gli Stati Uniti, continuano ad essere giustiziati settimanalmente nel silenzio.
Campagne internazionali come quella per la liberazione dei due attivisti della Sumud Freedom Flotilla, Thiago Avila e Saif Abukeshek, rapiti dall’esercito israeliano in un’azione contro la missione umanitaria, in acque internazionali, dimostrano la forza della solidarietà internazionale e possono essere occasione per far luce sulle carceri e tutti prigionieri politici.
In sintesi, queste iniziative sono tentativi di cogliere la sfida odierna, che passa primariamente dalla ricerca del dialogo e dei punti di convergenza tra lotte. È necessario sconfiggere gli approcci dogmatici, e saper riconoscere le contraddizioni con cui ogni popolo e ogni forza democratica fa i conti, non cadere in facili omogeneizzazioni e riconoscere le infinite sfumature che compongono le società. Non si organizza la resistenza tramite l’omogeneità ideologica, ma la solidarietà internazionalista deve essere anche interpretata come un processo di reciproca trasformazione. Mettere in discussione le proprie mancanze e le proprie convinzioni, imparando e rafforzandosi vicendevolmente, passa dal rimparare a cooperare e a discutere in modo costruttivo. Nodi che vengono sempre più spesso al pettine tra le forze democratiche in Italia e in Europa, capaci di una vibrante solidarietà ma anche incapaci di superare l’iper-frammentazione. Il “sol dell’avvenire” non è scontato, non verrà se ci limitiamo ad aspettarlo. Mentre i focolai di guerra aumentano giorno dopo giorno, il pianeta è sull’orlo di una crisi ecologica senza precedenti e le nostre capacità sociali subiscono un attacco continuo, è necessario riscoprire la capacità di costruire insieme.
1 TJK-E, Movimento delle donne kurde in Europa
2 KJAR, Organizzazione delle donne libere del Rojhelat
