Intervista con Jasper Bernes, autore di “The Future of Revolution: Communist Prospects from the Paris Commune to the George Floyd Uprising”.
Recentemente, il Movimento per la Libertà del Kurdistan (KFM) si è nuovamente occupato del concetto di comune. Sebbene questo concetto non sia nuovo per il KFM, dal carcere il suo leader Abdullah Öcalan ha esplicitamente dato spazio alla comune come forma di lotta, abbracciando un approccio di tipo prefigurativo alla politica. Sottolineo volutamente l’aspetto prefigurativo piuttosto che quello avanguardista, poiché all’interno del KFM è attualmente in corso una discussione sull’avanguardia. Pur presente, il concetto di avanguardismo si accompagna puntualmente nella sua applicazione a tutta una serie di condizioni. Questi due concetti differiscono fondamentalmente nell’importanza che danno rispettivamente al futuro e al presente. Mentre l’avanguardismo enfatizza la trasformazione sociale nel futuro, l’approccio prefigurativo del KFM si concentra sul cambiamento nel presente sulla base dei concetti di comune e comunalismo. Il concetto di comune è centrale in “Oltre lo Stato, il Potere e la Violenza”, la monumentale opera di Öcalan portata come difesa in tribunale, che ha svolto un ruolo decisivo nella riorganizzazione del Movimento per la Libertà del Kurdistan. Quindi, brevemente, sebbene il concetto di comune non sia affatto nuovo, è recentemente riemerso nella sfera pubblica dalla prospettiva di Öcalan, e può ora essere maggiormente approfondito. Da una prospettiva internazionalista, l’emergere del concetto di comune, o la concettualizzazione delle lotte basate sulle comuni, non è casuale; riflette infatti la ricerca di lotte egualitarie più ampie. In questo senso parliamo della tua interessante opera intitolata “The Future of Revolution: Communist Prospects from the Paris Commune to the George Floyd Uprising”, che ci offre preziosi approfondimenti sulle discussioni storiche che vanno dalle esperienze europee alla rivolta dopo il caso di George Floyd. Vorrei discutere alcuni concetti del tuo libro e il tuo punto di vista, e chiedere la tua opinione su temi come il Rojava.
Potresti inizialmente introdurre la differenza tra i concetti di comune, consiglio e soviet? Nel libro fai chiaramente riferimento alla diversa natura dei concetti di comune e di consiglio, sottolineando la tendenza del consiglio – e del soviet in quanto continuità organica della logica del consiglio – a essere una democrazia esclusivamente operaia. D’altro canto, il concetto di comune si presta maggiormente a essere l’organo di governo della società in modo iper-democratico, contrariamente allo scopo del consiglio. Le differenze, basate soprattutto sulla spazialità e sulle possibili capacità, sono davvero stimolanti. Potremmo esaminarle dall’inizio?
Sì, questa è la differenza fondamentale. Mentre i consigli operai e i soviet del XX secolo erano radicati nei luoghi di lavoro, la Comune di Parigi era più un’organizzazione municipale. Per Marx e per i rivoluzionari successivi, la cosa più importante della Comune era la sua forma. Le decisioni venivano prese da delegati con mandato revocabile e a rotazione, che rispondevano ai rispettivi comitati di base. Per Marx, questa era la “forma finalmente scoperta nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro”, ma in realtà la Comune di Parigi non aveva radici profonde nei luoghi di lavoro e aveva appena iniziato la socializzazione della produzione. I soviet nascono nella Russia del 1905 come parte di un’ondata di scioperi di massa, e quindi si caratterizzano subito come associazioni di lavoratori che utilizzano più o meno la struttura delegata della Comune per coordinarsi tra lavoratori in sciopero. Essendo organizzati, i soviet trovano più facile iniziare l’opera di socializzazione della produzione. Di fatto, devono parzialmente socializzare una parte della produzione, decidendo di mantenere le luci accese e mantenendo altri servizi di base nel bel mezzo dello sciopero di massa. Più tardi, in Russia nel 1917 e in Germania nel 1918, quando questa forma organizzativa riapparve, alcuni lavoratori presero immediatamente il controllo dei propri posti di lavoro e organizzarono dei consigli, ma in altri luoghi il processo avvenne attraverso un intervento esterno, delegati scelti con varie misure, spesso arbitrarie. Allora, come oggi, c’erano molte idee su come organizzare i consigli e i soviet, e anche sul significato di queste parole. Non si arrivò a una soluzione. Nella Russia del 1917, per esempio, i soviet non erano vere e proprie organizzazioni dei luoghi di lavoro e i delegati venivano invece eletti per regione e selezionati tra i membri del partito. Come ho appena ricordato, ciò avvenne anche in alcune zone della Germania. Il comunismo dei consigli come corrente pratica e teorica si sviluppa in seno alla Rivoluzione Tedesca come tentativo di fondare rigorosamente i consigli nei luoghi di lavoro indipendentemente dai partiti e iniziare lì il lavoro di socializzazione diretta della produzione.
Tutto ciò solleva degli interrogativi sul modo in cui queste organizzazioni si dovrebbero coordinare. Poiché i consigli dei lavoratori sono un’organizzazione territoriale dei luoghi di lavoro e non organizzazioni industriali come i sindacati, hanno rapporti con le diverse comunità, che ovviamente devono essere coinvolte nel processo decisionale sugli alloggi, sul cibo, sulla distribuzione, sulla cura dei figli, aspetti che necessitano tutti di essere socializzati. Nella Rivoluzione tedesca non si elaborò nulla di tutto ciò, poiché i consigli furono indeboliti e distrutti dalla socialdemocrazia e dal nascente fascismo.
Sembra che oggi ci sia bisogno di una sorta di fusione tra comune e consigli. Per esempio, attualmente negli Stati Uniti non avrebbe probabilmente senso radicare i consigli esclusivamente nei luoghi di lavoro, dal momento che gran parte di ciò che viene prodotto non sarà utile durante la rivoluzione e molti proletari non hanno alcun legame con luoghi di lavoro importanti. In altre zone, però, forse potrebbero avere più senso dei consigli dei lavoratori in quanto tali. Ciò che conta è che i consigli sono strumenti di socializzazione e di distribuzione della ricchezza comunemente prevista e prodotta. Si potrebbero proporre altre strutture, ma il punto fondamentale è l’idea di delegati con mandato revocabile e a rotazione, in modo che ognuno abbia il controllo sulle proprie condizioni di vita e possa allo stesso tempo coordinarsi con gli altri superando distanze sociali e geografiche.
Nel libro, un’altra analisi molto interessante è la natura, per così dire, espansionistica della Comune. Lo descrivi bene, dalla Comune al suo esterno e al suo interno. Inoltre, essa non ricerca una qualche continuità o relazione geografica; come hai sottolineato, si può paragonare a un cormorano, da qualche parte invisibile, ricompare altrove nel mare delle lotte. E la Comune ha in ogni caso, nella parola, un’emancipazione universalista. Dicendo così facciamo riferimento anche al carattere inclusivo della Comune, il che implica che la Comune deve essere quanto più aperta possibile. Forse ho espresso questi concetti in modo confuso, potresti aiutarci a comprendere la natura espansionistica, inclusiva e internazionalista della comune?
Sì, come un cormorano o una sorgente di montagna che sgorga dalle rocce. A volte la poesia ci aiuta a descrivere queste cose. Marx descrive la Comune come una “forma fondamentalmente espansiva” così, quando scrive della Comune di Parigi, egli non scrive solo di ciò che era ma anche di ciò che sarebbe potuta diventare. Anche se la Comune non aveva socializzato e organizzato completamente i luoghi di lavoro a Parigi, dimostrò che aveva la capacità di farlo, proprio come fecero i successivi consigli operai, da un punto più avanzato ma non ancora pienamente realizzato – in pratica era un’idea non realizzata appieno. La Comune di Parigi fu allo stesso tempo “grido di battaglia e cosa stessa”, come scrive Kristin Ross in Communal Luxury, il suo libro sulla vita dopo la morte della Comune di Parigi. La Comune di Parigi era anche, come scrivo, “frammento del futuro comunismo”. Questo perché doveva espandersi o morire – limitata alle mura di Parigi sarebbe sicuramente fallita, come sapevano tutti; doveva diffondersi in tutti il resto della Francia, e anche oltre. Rappresentando una speranza per il comunismo mondiale, per una “Repubblica universale”, innescava la solidarietà internazionale. Quando in qualche parte del mondo scoppia una rivoluzione, essa diventa la speranza dei proletari di tutto il mondo. Inoltre, molte delle persone che parteciparono alla Comune di Parigi erano migranti ed esuli. C’era quindi un forte internazionalismo nella Comune, e naturalmente molti compagni di Marx della Prima Internazionale dei Lavoratori parteciparono a questi eventi. A causa della complessa situazione della guerra franco-prussiana, la Comune si oppose sia ai prussiani (e quindi dalla parte del movimento operaio tedesco), ma anche al Secondo Impero francese. Era anti-nazionale.
Poiché la Comune ha sostenitori sia all’interno che all’esterno delle sue mura, e poiché è una forma fondamentalmente espansiva, si può dire che ha una geografia non-contigua. La rivoluzione salta da un luogo all’altro e attraversa zone non rivoluzionarie. Ma questa capacità espansiva è allo stesso tempo anche un bisogno, pena la sua morte. In questo senso, chiamiamo comune sostanzialmente gli esperimenti che sono stati distrutti. Forse, comune avrebbe potuto essere il termine scelto per meglio designare un nascente comunismo, non però tanto vincente da superare queste contraddizioni e mettere in fuga il capitale.
D’altro canto, come sostieni, la comune non può affermarsi prima del disarmo del potere statale. Dovremmo ovviamente considerare la contrapposizione col potere statale. Mi piacerebbe tuttavia pensare a questo scontro che, se così si può dire, è una politica dello scontro. Ciò che ho visto, tuttavia, è che la comune segue il fallimento dello Stato, o il suo collasso totale. La rivoluzione del Rojava, per esempio, è stata esattamente l’esperienza di uno stato fallito. Lo Stato siriano non è stato in grado di governare questa regione a causa della guerra civile, oppure pensiamo alla guerra civile spagnola, alla rivoluzione cinese, ecc. Voglio dire che in realtà, a mio parere, la comune non si crea da sola; si inserisce in un processo compatibile di collasso dello Stato e, nel momento “Hic Rhodus, hic salta”, la comune, o una sua parte, si espande per conquistare il potere. D’altro canto, ogni esperienza ci mostra che la comune deve difendersi, portando avanti il processo di disarmo o puntando fermamente sull’autodifesa. La mia domanda è questa: come possiamo pensare alla politica di contrapposizione della comune? Voglio dire, hai sottolineato che non potranno essere gli scontri militari diretti a causare la distruzione del potere armato dello Stato, cosa che invece potrebbe avvenire attraverso le mobilitazioni di massa. Seguendo la tua analisi storica, come possiamo considerare gli scontri attuali, il disarmo del potere statale o l’autodifesa della comune?
Possiamo affermare che la prima premessa per la rivoluzione è la sospensione e infine l’annullamento del potere armato dello Stato e, in ultima analisi, del capitale. Questo è un processo che avviene per gradi, non tutto in una volta. Quanto maggiore è il collasso del potere armato dello Stato e del sistema internazionale degli Stati, tanto maggiori sono le possibilità di socializzare ed espropriare la ricchezza per il bene di tutti. Tuttavia, spesso il disarmo dello Stato avviene in modo indiretto, a causa di una crisi interna, così come è risultato del disarmo da parte dei rivoluzionari. Allo stesso tempo, il disarmo dello Stato implica armare la rivoluzione: queste sono due facce della stessa medaglia in un mondo in cui armi e dispositivi efficienti per uccidere sono, tristemente e spaventosamente, sempre a portata di mano. Per come la vedo, la distribuzione e l’uso delle armi nella rivoluzione possono seguire gli stessi principi di libera associazione di cui ho parlato prima: il potere armato è organizzato su base volontaria e non attraverso l’arruolamento o il pagamento di salari. Laddove sia necessaria una leadership tattica o una centralizzazione strategica, questa dovrebbe essere affidata a delegati, e comunque revocabile e valida solo per il periodo d’ingaggio, proprio come nel caso dei consigli dei lavoratori. In fin dei conti, penso sia importante sottolineare che la sopravvivenza della rivoluzione non è solo una questione militare, e che confinare la rivoluzione nel campo della lotta militare e politica la porti inesorabilmente alla morte. Le rivoluzioni si diffondono e prosperano nella misura in cui trasformano direttamente la società, soddisfacendo i bisogni sociali e coinvolgendo la partecipazione di milioni e poi miliardi di persone. Quando l’aspetto militare prevale su tutti gli altri, la rivoluzione ha già perso.
Nel tuo libro colleghi a questa questione la politica contro-logistica, una proposta molto acuta. In particolare, trovi nel momento prerivoluzionario e nella transizione al momento rivoluzionario una sorta di ordine prefigurativo della Comune. È un passaggio molto interessante perché fai luce su uno dei principali punti deboli della comune. Tendere alla riproduzione, piuttosto che concentrarsi solo sul processo di produzione, rende a mio avviso la comune un vero e proprio progetto politico. Potresti approfondire per noi in modo teorico e pratico la politica contro-logistica? Cosa implica per la società odierna, per l’attuale capitalismo e per gli attuali movimenti anticapitalistici in senso lato?
Negli ultimi cinquant’anni, il capitalismo ha subito enormi trasformazioni. Questo è frutto innanzitutto della deindustrializzazione e in secondo luogo della globalizzazione. Il lavoro nell’industria è diminuito in tutto il mondo nel momento in cui nuove tecnologie di comunicazione e di trasporto hanno consentito di realizzare una fabbrica diffusa a livello planetario, dove i capitalisti possono cercare salari più bassi a ogni latitudine. Questa è una sfida alla visione convenzionale della rivoluzione, in cui lo sviluppo del potere di classe all’interno della produzione consente alla fine ai proletari di impossessarsi dei mezzi di produzione. La maggior parte dei proletari, soprattutto negli Stati Uniti, non ha accesso a questi mezzi e non lavora in campi che producono cose utili.
Come risultato di questa ristrutturazione, quindi, la lotta tende a manifestarsi dove i proletari hanno potere, nello spazio della distribuzione. Emerge come rivolta, come blocco, come occupazione, come ha sostenuto il mio defunto ed eterno amico Joshua Clover nel suo magistrale libro Riot. Strike. Riot. Se chiamiamo logistica la circolazione capitalista – la gestione della produzione attraverso la gestione della circolazione – la lotta oggi è spesso contro-logistica. Il suo scopo è quello di interrompere il flusso di beni lontani dal loro luogo di produzione. Questo è ovviamente un limite per molte lotte: per diventare veramente rivoluzionarie dovranno penetrare nel cuore della produzione, espropriando i mezzi di produzione socialmente utili e necessari e utilizzandoli per soddisfare i bisogni delle persone. Sul come ciò avvenga posso essere purtroppo solo vago, poiché si tratta di una questione che la lotta di classe dovrà risolvere da sola. Per ora si può dire, come punto di partenza, che saranno necessarie lotte sia all’interno che all’esterno della produzione, che infine dovranno convergere.
È vero anche che i rivoluzionari troveranno i mezzi di produzione esistenti inadeguati ai loro bisogni. In questo senso, parte del processo rivoluzionario comporterà la creazione di nuovi modi per soddisfare i bisogni delle persone, come vediamo accadere in molte lotte fin dalle loro fasi iniziali. Questo sarà un processo di invenzione, di creazione e di adattamento, così come di espropriazione delle risorse esistenti. Gran parte del lavoro di espropriazione riguarderà probabilmente la ricerca di modi in cui fare cose con risorse progettate per altre finalità. Sarà un processo di ritocchi e riconversioni, di recupero e rivisitazione. Per esempio, in California si produce un’enorme quantità di cibo, ma gran parte di esso – mandorle, vino e altri prodotti di valore – viene prodotto per l’esportazione. I tipi di cibo che verranno coltivati qui dovranno cambiare, e questo è un processo sia di esproprio che di trasformazione. Forse un termine migliore è transpropriazione.
In relazione a ciò che dicevamo prima, la Rivoluzione del Rojava – se tra parentesi la prendiamo nel momento rivoluzionario, mettendo da parte la nota discussione tuttora in corso – potremmo trovarci delle lezioni per la comune e l’autodifesa? Ovvero, la rivoluzione del Rojava, che tutti conosciamo per i suoi aspetti militari, in realtà è iniziata con la diffusione delle comuni nel Kurdistan del Rojava. Quando si ridusse la capacità di Assad di governare quest’area, le comuni guidate dal PYD si diffusero in tutto il Rojava, ovvero Qamishlo, Kobane, Afrin, ecc. Queste date sono importanti: l’organo amministrativo è stato annunciato e ha iniziato a esprimersi dopo il 19 agosto 2012, e la formazione dell’YPG-YPJ, le unità di autodifesa, è iniziata nel 2013[1]. Come possiamo notare, e questo è molto interessante, tutto è iniziato con le comuni, e le comuni hanno incluso delle unità di autodifesa nel campo molto complesso della guerra civile. Una delle prime azioni intraprese dalla Rivoluzione del Rojava è stata la conquista degli uffici governativi e il disarmo di ciò che restava del governo. In sintesi, trasformare l’organizzazione frontale del partito nelle comuni può permetterci di comprendere il cambiamento di paradigma dal concetto di avanguardismo alla comprensione prefigurativa del lavoro politico (lo dico in relazione alla domanda di Novara Media e alla tua risposta. In realtà, intuitivamente l’hai definita come un’interessante fusione tra avanguardismo e comune. Ho aggiunto questo punto per ospitare anche questa discussione. In realtà, le domande sono diventate due; puoi rispondermi come se fossero due domande distinte e io adatterò di conseguenza le domande in base alle tue risposte). In ogni modo, volevo chiederti, all’interno di questo quadro complesso, possiamo illustrare alcune relazioni tra comune e partito, comune e autodifesa e, proprio come hai detto tu, la vitalità dell’espansionismo della comune?
Penso che la discussione sul “partito” o sull’avanguardia crei confusione perché questi termini possono riferirsi a cose e a idee diverse. Direi che in ogni rivoluzione c’è sempre un partito e un’avanguardia, anche se non sono designati o organizzati come tali in modo formale. Non puoi essere a favore o contro queste cose in quanto tali, poiché sono conseguenze naturali di un processo rivoluzionario, un processo di partigianizzazione. I filo-rivoluzionari si organizzeranno sempre, la vera domanda è come lo fanno. È interessante guardare alle idee di partito nate sull’onda della rivoluzione tedesca. Alcuni comunisti dei consigli pensavano che fosse necessario un partito comunista consiliare formale, mentre altri non erano d’accordo, sostenendo invece la creazione di “gruppi di fabbrica” nei luoghi di lavoro. Ma anche coloro che partecipavano al partito comunista consiliare – il KAPD, il Partito Comunista Operaio di Germania – avevano del partito un’idea molto diversa rispetto ai bolscevichi del KPD, il Partito Comunista Tedesco e ai socialdemocratici dell’SPD, il Partito Socialista Tedesco. Per il KAPD la funzione del partito era quella di fungere da catalizzatore per l’autorganizzazione proletaria. Piuttosto che guidare, dirigere o educare alla lotta di classe, l’obiettivo del partito era spianare la strada all’autorganizzazione e alla formazione di consigli operai comunisti da parte degli stessi lavoratori rivoluzionari. Un partito del genere è in gran parte tattico, insurrezionale. È più amplificatore che regista o educatore. In concreto, ciò portò alla formazione di gruppi armati impegnati in atti di esproprio e di difesa proletaria durante momenti più intensi della lotta di classe, come l’Azione di Marzo del 1921 in Germania, probabilmente l’apice dell’incisività del KAPD, che a posteriori fu invece un’esperienza piuttosto limitata.
Anche la mia comprensione della rivoluzione del Rojava è limitata, ma sembra che ci sia stata tensione tra la comune e il partito, tra le assemblee e i consigli di massa e l’organizzazione formale dei partigiani rivoluzionari. Ho visto un film interessante, Belkî Sibê, che analizza alcune di queste contraddizioni e il modo in cui si sono sviluppate in Rojava in seno a una lotta militare per la vita o la morte. In ogni modo, questa tensione è comune a tutte le rivoluzioni, anche dove non esiste un partito formale. Il problema è che le comuni e i consigli non sono necessariamente rivoluzionari: coloro che partecipano a queste forme potrebbero essere più interessati a vantaggi personali che alla rivoluzione, o potrebbero addirittura essere controrivoluzionari. Come gestire questo problema è un grande quesito. Basti pensare che subordinare la comune o il consiglio al partito, come è avvenuto in Russia e in certa misura in Germania, limita di fatto l’intensificazione o la diffusione di queste forme. Ecco perché mi piace l’idea dell’amplificatore o del catalizzatore. Ma alla fine saranno le masse rivoluzionarie a decidere: se non si riesce a convincere la maggioranza a seguire la via del comunismo o della rivoluzione, ci saranno scarse possibilità di successo. In questo senso dico che movimenti di settimane e di anni convergono in giorni rivoluzionari. La rivoluzione potrà riuscire laddove c’è unanimità rivoluzionaria. In questo caso, è meglio pensare all’avanguardismo come avventurismo, un termine peggiorativo che ho recuperato. L’avanguardia formale o informale può spianare la strada: può dire di sì, mai no. Ciò significa che è limitata, ma accettare tali limiti e il fallimento a cui possono portare è l’unico modo perché abbiano successo.
In questo aspetto rientra non solo l’organizzazione dei partigiani e quella dei consigli, ma anche l’organizzazione della rivoluzione armata, dell’Armata Rossa per così dire. Un’Armata Rossa è un’organizzazione particolare che può essere centralizzata a livello tattico ma non strategico, laddove la strategia sia coerente con una fondamentale unanimità rivoluzionaria. Basti pensare alla formazione nel marzo 1920 dell’Armata Rossa della Ruhr in risposta a un tentativo di colpo di stato, dove il proletariato tedesco, attraverso consigli, gruppi di fabbrica e milizie, si armò e disarmò lo Stato in una regione vasta e ricca, rivendicando il centro dell’industria pesante tedesca ed europea. Questo tipo di armata non può accettare una centralizzazione strategica quando questa voglia la deposizione delle armi o la resa: un simile processo dividerà sempre l’Armata Rossa, nella misura in cui ne rimarrà una. In questo differisce molto da ciò che spesso si intende con il termine “esercito”, in cui l’intero corpo armato è subordinato a una decisione centralizzata.
Vorrei infine portare i miei saluti alle comuni rivoluzionarie del Rojava passate, presenti e future. Dobbiamo sciogliere il nodo tra capitalismo e Stato da ogni lato.
Questo articolo è apparso per la prima volta nel numero 345 della rivista mensile in lingua turca e curda PolitikART, ed è ripubblicato qui col permesso della redazione. L’intervista è stata condotta da Kaan A. Korkmaz.
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