La battaglia delle idee – Resistenza internazionalista contro l’impero del caos

Sulla necessità di comprendere il mondo in modo internazionalista e di organizzarsi e agire di conseguenza

Il mondo per come lo conosciamo sta cadendo a pezzi. Ogni giorno vediamo il volto di Trump sullo schermo e questo ci disgusta. Ma oltre la sua visibilità, dobbiamo riuscire a connettere i volti delle élite al potere con la modernità capitalista e il capitale transnazionale. L’idea che il sistema mondiale capitalista è in una profonda crisi strutturale non è più solo un’analisi della scuola anticapitalista e socialista. Anche i principali rappresentanti e attori del sistema capitalista riconoscono il fatto che non si tratta solo di una recessione economica ciclica, ma di una crisi multipla che comprende dimensioni ecologiche, economiche, sociali e geopolitiche. Per definire l’«interregno» egemonico globale – o fase di transizione globale – vengono utilizzati vari termini e quadri analitici. Il marxista italiano Antonio Gramsci descriveva l’interregno come una fase «in cui il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere», e in cui si accumulano crisi, incertezze e «una grande varietà di sintomi morbosi».1

«Se non siamo seduti a tavola, siamo nel menu».

Le ultime discussioni al “Club dei ricchi”, il Forum economico mondiale di Davos di gennaio 2026, hanno evidenziato ancora una volta come l’attuale situazione mondiale sia analizzata dalle élite al potere. Particolarmente degno di nota è il discorso2 del primo ministro canadese Mark Carney, il quale ha affermato che non siamo in una fase di transizione, ma nel mezzo di una rottura. Il vecchio ordine mondiale non tornerà, ha detto, e la nostalgia non è quindi una strategia. Il primo ministro canadese ha avvertito sul fatto che le grandi potenze abbiano iniziato a utilizzare l’integrazione economica come arma: “Con i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come mezzo di coercizione e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare”. Ha poi avvertito che le potenze medie devono unire le forze per evitare di essere schiacciate tra le grandi potenze degli Stati Uniti e della Cina. Perché, se non sono al tavolo, finiranno nel menù. Ha sottolineato come il Canada stesso abbia beneficiato del vecchio “ordine internazionale basato sulle regole”, compresa “l’egemonia americana”, che ha “contribuito alla possibilità di vantaggi collettivi: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza comune e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie”. Tuttavia, ha dichiarato chiaramente che questo ordine mondiale non esiste più. Al contrario, sostiene che si debba chiamarlo per quello che è: “Un sistema di rivalità sempre più intensa tra le grandi potenze, in cui le più potenti perseguono i propri interessi utilizzando l’integrazione economica come strumento coercitivo”.

Dalla “fine della storia” al “declino politico”

Questa analisi sistemica della situazione attuale non è limitata ai politici; anche i pionieri ideologici del neoliberismo sono costretti a riflettere sulle proprie teorie sulla vittoria definitiva del capitalismo. Un esempio è il pensatore Francis Fukuyama, noto per aver proclamato la sua teoria de “la fine della storia”. Fu nel 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che dichiarò che l’evoluzione ideologica dell’umanità aveva raggiunto il suo punto finale, che il socialismo come sistema sociale aveva fallito e che l’ordine neoliberista era quindi lo stadio finale e più alto dello sviluppo umano.

Oltre a ciò, sosteneva, non sarebbe potuto esserci nessun altro modello politico, sociale o economico. All’epoca, il crollo del socialismo reale fu interpretato non come espressione di difetti interni, ma come la vittoria definitiva del capitalismo. La tesi de “la fine della storia” funzionò come un manifesto della modernità capitalista, proclamando la sconfitta dell’idea socialista e dichiarando la democrazia liberale come destinazione finale. Ma il tempo giudica la storia senza pietà. L’arrogante sicurezza delle forze della modernità capitalista di allora ha ora lasciato il posto a una profonda preoccupazione, e persino Fukuyama, leader del pensiero neoliberista, ha sostituito questa tesi con il concetto di “decadimento politico”. A uno sguardo più attento, il percorso intellettuale di Fukuyama e il suo cambiamento di pensiero dall’ottimismo de “la fine della storia” agli avvertimenti sul “declino politico”, può anche essere inteso come una sintesi delle riflessioni interne al sistema della modernità capitalista. Nella sua opera del 2014 Political Order and Political Decay, egli mostra come il sistema che un tempo idealizzava sia stato corroso dall’interno. Non ci troviamo più di fronte a un modello vittorioso di modernità capitalista, ma a una struttura che è crollata sotto il proprio peso, è diventata ingombrante e ha perso sia la sua direzione che il suo spirito.

Secondo Fukuyama, la fede nell’immutabilità del modello egemonico statunitense ha raggiunto il suo apice tra il 1989 e il 2008, la breve “età dell’oro”. Tuttavia, questa immagine gloriosa ha subito la sua prima grave frattura con la crisi finanziaria globale del 2008. Fukuyama diagnostica vari sintomi, ma vede la vera malattia nella disgregazione delle istituzioni politiche americane e del tessuto sociale. Fukuyama prende in prestito il termine “decadimento politico” dal suo maestro Samuel Huntington. Secondo Huntington, i sistemi, se non riescono a adattarsi alle esigenze dei gruppi sociali emergenti, sono destinati al fallimento. Fukuyama applica questa teoria agli Stati Uniti moderni: le istituzioni sono state originariamente fondate per risolvere un problema specifico, ma col tempo si sono così tanto cristallizzate da non poter più adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali. Le istituzioni iniziano a non proteggere più il bene pubblico, ma piuttosto a far valere gli interessi delle proprie élite e di piccoli gruppi. Le élite al potere dirottano le risorse dello Stato verso le proprie cerchie; il nepotismo sostituisce il merito. Lo Stato, un tempo motore della prosperità, è ora diventato uno strumento per soddisfare interessi personali. Fukuyama sostiene che il sistema americano si sia trasformato da “democrazia” a “vetocrazia”. Questo termine indica che le riforme necessarie non possono essere attuate per via del fatto che numerosi attori all’interno del sistema hanno potere di veto. I controlli e gli equilibri integrati nel sistema sono passati dall’essere un mezzo per aumentare la funzionalità del governo a un mezzo per paralizzarlo. Dietro questa concentrazione di potere in una cerchia così ristretta si cela un fenomeno sociologico ed economico fondamentale: la rapida monopolizzazione del capitale. In una situazione in cui più della metà della popolazione mondiale ha un reddito inferiore a quello di dodici persone, una tale concentrazione verticale del potere economico porta inevitabilmente a una concentrazione del potere politico in un’unica mano. Tuttavia, Fukuyama non vede questo come un collasso, ma parla di una “rottura dell’ordine”. La soluzione da lui proposta è quella di rafforzare la burocrazia esecutiva, ridurre l’eccessiva dipendenza dal potere giudiziario e attuare riforme politiche radicali per superare la “vetocrazia”. In quanto liberale, Fukuyama ritiene che la vera causa del declino politico degli Stati Uniti non risieda nel sistema capitalistico competitivo, ma piuttosto nella disfunzionalità delle istituzioni politiche. L’approccio di Fukuyama si basa quindi sulla fiducia che il liberalismo possa essere riparato o riformato dall’interno.
Secondo Fukuyama, gli eccessi patologici del capitalismo potrebbero essere tenuti sotto controllo se le istituzioni funzionassero correttamente. Non è il sistema stesso ad essere parassitario e problematico, ma piuttosto le istituzioni semplicemente obsolete.

Oltre al declino politico degli Stati Uniti descritto da Fukuyama, il caso Epstein aggiunge anche la componente dell’erosione morale. Il caso Epstein non è solo uno dei casi criminali più oscuri della storia moderna, ma anche un’immagine radiografica della depravazione sistemica, morale e intellettuale di questo “ordine” internazionale americano. Rappresenta un contributo per leggere la storia sociale del capitalismo e del patriarcato in decadenza. Gli scandali che sono venuti alla luce non rivelano le azioni di pochi individui perversi, ma come la politica, il mondo accademico, la finanza e l’industria culturale abbiano creato una “casta patriarcale di intoccabili”.

Gli Stati Uniti come “impero del caos”

Anche il Movimento per la libertà curdo considera l’attuale situazione del capitalismo come una fase di crisi sistemica e strutturale. Si riferisce addirittura alla modernità capitalista come a un “regime di crisi”, nel senso che dal sistema stesso non ci si può aspettare alcuna soluzione, ma solo una forma di gestione della crisi. Va da sé che le depressioni e le crisi siano diventate uno stato permanente. I tempi “normali” sono diventati l’eccezione, o meglio, la crisi è diventata la norma. Il Movimento per la libertà curdo definisce “Terza guerra mondiale” i conflitti e le guerre che stanno avvenendo a vari livelli nell’era del capitalismo globalizzato tra gli Stati nazione. Si tratta di una lotta di potere intra-capitalista permanente, volta a ristrutturare il sistema mondiale. Gli attori di questa guerra mondiale cercano di indebolire le forze concorrenti e rafforzare la propria posizione. Non ci sono fronti chiari né l’obiettivo di una rapida vittoria militare. Si tratta invece di una guerra sempre in corso, in cui contraddizioni e conflitti si risolvono in alleanze mutevoli. Oggi il capitalismo globale sta conducendo una lotta prolungata ma continua per nuove costellazioni politiche e modelli d’ordine secondo i propri requisiti sistemici. Le lotte, le tensioni e i conflitti che osserviamo in tutto il mondo sono parte integrante di questa Terza guerra mondiale. Per comprenderla, è necessario coglierne le profonde radici nella struttura del capitalismo globale, ma questa guerra è anche inseparabile dalla crisi del sistema capitalista mondiale. Il capitalismo globale sta attraversando una crisi multidimensionale: il crescente divario tra ricchi e poveri, la distruzione ecologica, il persistere del dominio patriarcale, i movimenti migratori, l’armamento e la normalizzazione della guerra sono espressioni di questo profondo sconvolgimento sistemico.

Secondo il pensatore curdo Abdullah Öcalan, pioniere in questo campo, il sistema capitalista, guidato dagli Stati Uniti, cerca di preservare il proprio potere attraverso un “impero del caos”3: “L’impero del caos, che in un certo senso potremmo anche chiamare Terza guerra mondiale, non è gestito solo con metodi militari e politici, ma in modo più intenso e decisivo dalle multinazionali e dai media. Le multinazionali economiche e mediatiche globali non esitano a ridurre le società alla fame fisica e mentale per poterle manipolare e utilizzare facilmente a loro piacimento. Sperano che, utilizzando la loro superiorità scientifica e tecnologica, possano salvare il sistema della società capitalista dal caos e uscire dalla crisi ancora più forti o, se ciò non fosse possibile, almeno minimizzare il più possibile i danni, ristrutturando se necessario. In questo caos, i metodi e i mezzi tradizionali non sono più adatti a gestire, proteggere e sostenere il sistema con piccoli cambiamenti. Pertanto, sarebbe più realistico valutare i nuovi approcci tattici e strategici degli Stati Uniti e le loro implementazioni alla luce del processo di caos.”4 In questo contesto, possiamo osservare una nuova offensiva globale da parte del sistema sotto l’amministrazione Trump, che si esprime in varie forme sia nella politica interna che in quella estera.

Offensiva globale della modernità capitalista: la nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti

Questo impero del caos sta conducendo una guerra contro la propria popolazione sul fronte interno e gettando le basi per una guerra civile negli Stati Uniti. Un punto focale in questo senso è il terrore seminato dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) statunitense a Minneapolis. L’ICE opera al di fuori della legge e costituisce una forza paramilitare direttamente subordinata all’amministrazione Trump. Con il suo uso indiscriminato della violenza, l’ICE può essere attualmente descritta come le “camicie nere5 degli Stati Uniti”. In questo contesto, la questione dell’immigrazione non è il vero problema per il governo. Il grande progetto che sta dietro è il fascismo, con l’obiettivo di distruggere la classe operaia del Paese sia economicamente che organizzativamente. Allo stesso tempo, però, stiamo assistendo a una resistenza diffusa a Minneapolis e oltre, che ha raggiunto il suo apice il 23 gennaio 2026 con il primo sciopero generale su larga scala negli Stati Uniti, in quasi 80 anni, contro le retate dell’ICE e per i diritti dei lavoratori.

Dobbiamo valutare le nuove strategie e tattiche degli Stati Uniti come potenza egemonica globale nel contesto specifico di questo processo caotico. Anche se la strategia di Trump segue una logica che non può essere dedotta da documenti di posizione chiaramente formulati, può piuttosto essere compresa osservando le sue azioni che potrebbero sembrare imprevedibili. Uno sguardo alla Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti pubblicata nel dicembre 2025 rivela importanti priorità strategiche e tattiche. Due aspetti sono significativi in questo contesto. In primo luogo, la novità della Strategia di Sicurezza Nazionale è che, nel contesto della lotta di potere con la Cina, l’America Latina (nel gergo statunitense: l’emisfero occidentale) sta acquisendo notevole importanza. Oltre la Russia, già presente in quest’area, la Cina, in particolare, è diventata il principale partner commerciale della regione (escluso il Messico) e, allo stesso tempo, un importante investitore in infrastrutture critiche, dai porti alle reti 5G. Secondo gli Stati Uniti, questa situazione è destinata a cambiare.«Vogliamo che gli altri paesi ci considerino il loro partner preferito», afferma la NSS, aggiungendo che gli Stati Uniti «useranno vari mezzi» per «rendere più difficile cooperare con altri». In secondo luogo, questo piano, denominato “Dottrina Donroe” in riferimento alla precedente Dottrina Monroe, mira principalmente alle riserve di materie prime del Sud America, come il petrolio del Venezuela e le riserve di litio di Argentina, Bolivia e Cile. Il documento strategico fa ripetutamente riferimento alle “catene di approvvigionamento critiche”: “Il rafforzamento delle catene di approvvigionamento critiche in questo emisfero ridurrà le dipendenze e aumenterà la resilienza economica dell’America”. 6Tuttavia, si fa anche esplicito riferimento all’espansione della presenza militare in America Latina e nei Caraibi, oltre che all’intensificazione della cooperazione militare, anche in materia di armamenti, con i paesi della regione: “dalla vendita di armi e dalla condivisione di informazioni di intelligence alle manovre congiunte”.

Tutto è iniziato con l’aggressione imperialista al Venezuela nel gennaio di quest’anno, quando, su ordine di Trump, le truppe americane hanno invaso il Venezuela, uccidendo cittadini venezuelani e cubani e arrestando il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie. La Dottrina Trump ha trasformato l’America Latina in una sfera di influenza aperta, aggiornando di fatto la Dottrina Monroe. Il recente intervento militare in Venezuela è la logica continuazione di questa linea e dovrebbe essere inteso come un tentativo imperialista di ristabilire una gerarchia.
Possiamo quindi dire che l’intervento in Venezuela non è un incidente isolato, ma può piuttosto essere visto come uno dei passi verso l’attuazione della nuova strategia statunitense. Questo intervento americano è stato un attacco diretto alla sovranità nazionale del Venezuela, con cui gli Stati Uniti hanno violato direttamente la Carta delle Nazioni Unite e quindi il diritto internazionale. A seguito di ciò Trump ha dichiarato apertamente al New York Times che non aveva bisogno del diritto internazionale. Infatti, Trump sta rimodellando il panorama internazionale a suo vantaggio e, allo stesso tempo, sta sfidando le idee fondanti dell’ONU concludendo un nuovo “patto di pace” con gli Stati fedeli agli Stati Uniti e istituendo un “consiglio di pace” a Davos.

Geoeconomia e imperialismo

Per comprendere le strategie dell’“impero del caos” in questa fase attuale, sembra sensato discuterne nel quadro di concetti come quello di geoeconomia e di imperialismo. Negli ultimi anni, la geoeconomia è stato uno dei termini più utilizzati per spiegare le attuali dinamiche del capitalismo globale. Il commercio, gli investimenti, la tecnologia e i flussi finanziari sono ora determinati più dalle priorità geopolitiche che dalle indicazioni del mercato. Sebbene non si tratti di un sistema nuovo, questi strumenti vengono ora utilizzati apertamente e sistematicamente come strategia di riorganizzazione imperiale. La geoeconomia è l’uso sistematico di strumenti economici e militari per scopi geopolitici e strategici. Tariffe, sanzioni, restrizioni tecnologiche, controllo dei flussi finanziari e ristrutturazione delle catene di approvvigionamento costituiscono gli elementi fondamentali di questo strumento. Ciò che è importante notare è che questi interventi non servono a “correggere i fallimenti del mercato”, come spesso si sostiene negli approcci convenzionali, ma piuttosto a riorganizzare l’equilibrio internazionale del potere. La geoeconomia non è quindi una decisione politica tecnica, ma un progetto politico e di classe. Il termine è stato definito, per la prima volta negli anni ’90 dallo stratega militare americano Edward Luttwak, come segue: “Questo neologismo descrive al meglio […] il legame tra la logica del conflitto e i metodi del commercio o, come avrebbe scritto Carl von Clausewitz, la logica della guerra nella grammatica del commercio”.7 In questo contesto, non è possibile separare la geoeconomia dal dibattito sull’imperialismo. Tuttavia, è fuorviante equiparare l’imperialismo esclusivamente all’appropriazione di terre o all’espansione militare diretta. Nel senso di Lenin, l’imperialismo è definito dalla concentrazione e dalla centralizzazione del capitale, dalla supremazia del capitale finanziario, dal primato delle esportazioni di capitali rispetto alle esportazioni di materie prime e dalla divisione gerarchica dell’economia mondiale tra le grandi potenze. In questo contesto, l’essenza dell’imperialismo risiede nella riorganizzazione e nella riproduzione della gerarchia globale a un livello in cui la logica del capitale e la logica nazionale sono intrecciate.

Tornando alle recenti discussioni al Forum economico mondiale di Davos, il Global Risks Report 20268 presentato in quella sede riassume, dal punto di vista delle élite al potere, l’evoluzione della percezione del rischio nel mondo negli ultimi due anni. Una tabella contenuta nel rapporto mostra che i conflitti geoeconomici hanno scalato otto posizioni nella classifica delle minacce più gravi, rappresentando il rischio in più rapida crescita. Ciò dimostra che nella fase di interregno egemonico globale, sorta a seguito del relativo declino dell’egemonia statunitense, la lotta per riorganizzare la gerarchia globale si è spostata apertamente al centro dell’economia e della politica mondiale. Tutto questo è in linea, ad esempio con i discorsi tenuti dal primo ministro canadese e altri.

L’ascesa della geoeconomia e la sua inclusione nell’agenda principale di Davos sono uno dei segni più evidenti che l’imperialismo, oggi, opera attraverso catene del valore globali, regimi tecnologici e sanzioni finanziarie. Ma il nocciolo del problema non è cambiato. Si tratta ancora di chi determina la gerarchia globale e a quali condizioni. In questo contesto, la strategia degli Stati Uniti è fondamentale.
Gli Stati Uniti, che stanno vivendo un relativo declino in termini di produzione e capacità industriale, mantengono comunque in larga misura la loro superiorità finanziaria e militare. Questa asimmetria, di fronte all’ascesa sempre più rapida della Cina, sta spingendo gli Stati Uniti a ridefinire l’attuale gerarchia globale. La ridefinizione geoeconomica della gerarchia internazionale è l’espressione concettuale di questa strategia. La dottrina Trump è la manifestazione politica più chiara di questo orientamento. Guerre commerciali, dazi, restrizioni tecnologiche e interventi nelle catene di approvvigionamento vengono utilizzati come risposta imperiale al relativo declino degli Stati Uniti. In definitiva, la geoeconomia non è un termine economico tecnico, ma il nome dato alla forma attuale che l’imperialismo ha assunto in condizioni di crisi. La tabella dei rischi discussa a Davos riflette gli sforzi degli Stati Uniti per stabilire una nuova gerarchia globale. Pertanto, il dibattito sulla geoeconomia è inevitabilmente un dibattito sull’imperialismo nel XXI secolo.

IMEC e Pax Silica

In questo contesto, anche gli sviluppi in Palestina, Rojava (Kurdistan), Venezuela, Groenlandia e altri luoghi, che a prima vista sembrano confrontarsi con problemi diversi, sono interconnessi. Solo spiegando queste connessioni sarà possibile riunire queste lotte e queste questioni nell’agenda di un’internazionale anticapitalista. Il capitalismo transnazionale, in tutte le sue varie forme, sta diventando l’attore politico globale centrale in questa Terza guerra mondiale. Una caratteristica centrale dell’era finanziaria è il crescente intreccio tra economia e politica su scala globale. Le decisioni locali e nazionali, politiche ed economiche, sono sempre più sotto il controllo di forze super-monopolistiche globali. Tutto ciò è accompagnato da processi predatori ed estrattivi su diversi fronti: terra, energia e minerali.

In questo contesto sono particolarmente degne di nota due iniziative promosse principalmente dagli Stati Uniti per ridurre al minimo l’influenza della Cina nella concorrenza globale. La prima è il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), annunciato al vertice del G20 del 9 e 10 settembre 2023 nella capitale indiana Nuova Delhi. I capi di Stato e di governo di Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Italia, Germania, Francia e Unione Europea, come confederazione di Stati, hanno annunciato la creazione di questo corridoio. L’obiettivo è quello di collegare l’Eurasia orientale e occidentale, ovvero l’India e l’Europa, attraverso il Medio Oriente sotto forma di una nuova rete di trasporti, oleodotti, elettricità e cavi dati. Questa decisione geostrategica è uno dei fattori determinanti dell’escalation dei conflitti osservata in Medio Oriente dall’autunno 2023. Si tratta di una risposta alla Belt and Road Initiative (BRI, nota anche come Nuova Via della Seta) della Cina, avviata nel 2013 e destinata a coinvolgere 150 paesi lungo cinque corridoi terrestri e un corridoio marittimo.

Dal punto di vista del concetto di geoeconomia sopra descritto, il progetto IMEC non è solo un progetto economico. È legato alla creazione di una nuova architettura di sicurezza regionale in Medio Oriente, con Israele nel ruolo di centro egemonico. Ciò favorirà la trasformazione della regione in linea con il nuovo ordine mondiale, porterà sotto controllo le riserve energetiche e le nuove rotte energetiche, garantirà il flusso senza ostacoli dei capitali e limiterà il margine di manovra di Russia e Cina. Anche i cosiddetti “Accordi di Abramo” (Dichiarazione degli Accordi di Abramo) svolgono un ruolo centrale nell’attuazione dell’IMEC. Questi sono stati firmati a Washington il 15 settembre 2020 dai rappresentanti di Israele, degli Emirati Arabi Uniti (EAU) e del Bahrein. In questo contesto, i due Stati arabi avevano già accettato di riconoscere Israele e di stabilire relazioni diplomatiche.

L’obiettivo strategico è quello di sottomettere gli Stati arabi all’egemonia israeliana nella regione e spianare la strada all’IMEC. Il fatto che nulla, nemmeno il genocidio, sarà un ostacolo nel “spianare la strada” e raggiungere questo obiettivo è chiaramente dimostrato dal genocidio a Gaza da parte dell’esercito di occupazione israeliano, in corso dal 7 ottobre 2023. Le potenze coinvolte nell’IMEC insistono con tutte le loro forze nell’attuazione di questo progetto. La seconda iniziativa è il progetto Pax Silica, che non può essere compreso senza fare riferimento al progetto IMEC ed esprime chiaramente il legame tra militarismo e industria tecnologica. Pax Silica è un’alleanza strategica lanciata nel dicembre 2025 dal Dipartimento di Stato americano per garantire le catene di approvvigionamento per l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e i minerali critici. Il progetto rappresenta un’alleanza multinazionale degli Stati Uniti contro la Cina nel campo dell’intelligenza artificiale e mira a garantire sia la catena del valore dell’economia dell’intelligenza artificiale sia la leadership tecnologica degli Stati Uniti e dei loro alleati. Il suo obiettivo è ridurre la dipendenza dalla Cina, affrontare la mancanza di accesso ai minerali critici e formare coalizioni con i paesi partner (Australia, Israele, Giappone, Singapore e Corea del Sud) per il futuro tecnologico. Questa corsa all’intelligenza artificiale è anche un’estensione e un’intensificazione della rivalità tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta solo di una competizione per la tecnologia stessa, che ha molte implicazioni pericolose per l’esercito, la polizia e il lavoro, ma anche di una competizione per le materie prime, l’energia, le rotte commerciali e le nuove relazioni economiche con i paesi al fine di procurarsi queste materie prime – in altre parole, la corsa all’intelligenza artificiale è anche una corsa a nuove e rinnovate alleanze economiche internazionali. Pax Silica sta anche cercando di espandersi in Medio Oriente. Come per l’IMEC, Israele è un membro fondatore e centrale di questa alleanza. Si tratta di una mossa strategica per consolidare la cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele nel settore dell’IA e preparare il Medio Oriente alle intenzioni delle principali aziende tecnologiche ed energetiche. Israele, in quanto potenza egemonica regionale, è l’incarnazione di questa strategia capitalista e della Pax Silica nella regione. Pax Silica è, al tempo stesso, un tentativo di dipingere il genocidio come un progetto d’investimento. Gaza deve, quindi, essere trasformata in un luogo di investimento e diventare parte di questo progetto.

Battaglia di idee

Progetti come questi mettono in evidenza i legami tra pratiche e minacce genocidarie, imperialiste ed estrattive in Palestina, Rojava, Groenlandia e varie regioni dell’America Latina. Anche gli attacchi al Rojava, iniziati all’inizio di gennaio di quest’anno con l’obiettivo di distruggere il modello di autogoverno democratico, facevano parte di un piano internazionale. Facevano parte della strategia per unificare lo Stato nazionale siriano, liquidare tutte le dinamiche di resistenza e costringerle a integrarsi nel regime, e infine persuadere la Siria ad aderire agli Accordi di Abramo. Il Rojava rappresenta l’opposto dei progetti egemonici della modernità capitalista sopra descritti e una vera alternativa al sistema autoritario e capitalista. L’idea alla base del modello sociale del Rojava non è solo quella di combattere i “sintomi della malattia”, ma di affrontare le cause sistemiche.

In questa fase di dissoluzione della modernità capitalista e della sua crisi strutturale, esiste la possibilità sia di offensive e sviluppi democratici che di sviluppi totalitari-fascisti. Ci troviamo in un periodo storico in cui sia le élite al potere che le società stanno mettendo profondamente in discussione l’ordine mondiale esistente, e il risultato dipenderà dal grado di organizzazione delle forze democratiche e dai metodi, dalle forme di azione e dai modelli di organizzazione sociale giusti per poter sfruttare il potenziale di un risveglio democratico. In questo periodo di caos, i movimenti democratici ed egualitari possono, con piccoli ed efficaci passi, costruire in breve tempo qualcosa che determinerà il futuro a lungo termine. La rivoluzione in Rojava ne è un esempio concreto e, con il suo paradigma di modernità democratica e socialismo democratico, apre nuove prospettive per le lotte sociali e lo sviluppo di un ordine sociale più giusto. Soprattutto in questo processo di riorganizzazione globale, è fondamentale disporre di concetti ideologico-politici convincenti e di soluzioni praticabili per avere una reale possibilità di acquisire influenza in questo caos.

Per capire quanto l’impero del caos tema tali idee, discussioni e pratiche sulle alternative al sistema capitalista esistente e cerchi di stroncarle sul nascere, basta guardare agli ultimi mesi.

Nonostante lo slogan della “fine della storia e delle ideologie”, quasi 180 anni dopo la pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels all’inizio del 1848 e più di 35 anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del socialismo reale, lo scorso anno, la potenza egemonica della modernità capitalista, gli Stati Uniti, ha ritenuto necessario proclamare la “Settimana dell’anticomunismo”9. Il 7 novembre 2025, anniversario della rivoluzione socialista del 1917 in Russia, la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione in cui proclamava la “Settimana dell’anticomunismo” dal 2 all’8 novembre. Il documento descrive il socialismo come una minaccia alla “fede, alla libertà e alla prosperità” e mette in guardia contro le “nuove voci” che ripetono “vecchie menzogne”. In questo modo, dichiara ancora una volta guerra all’idea del socialismo, che essa stessa aveva dichiarato morta. Dietro tutta la sicurezza di sé del sistema si nasconde l’evidente paura della classe dirigente e della casta sia di una crescente opposizione al capitalismo che dell’idea del socialismo, in grado di instillare nelle società un pensiero libero e rivoluzionario. Il contesto politico immediato della dichiarazione della Casa Bianca è l’elezione del sindaco di New York, in cui oltre un milione di persone hanno votato per Zohran Mamdani, un autoproclamato “socialista democratico”. La “settimana dell’anticomunismo” è stata retrodatata per includere il giorno delle elezioni, il 4 novembre, e mette in guardia in modo severo contro coloro che “si camuffano con i termini ‘giustizia sociale’ e ‘socialismo democratico’”. Questa isteria deriva dal fatto che l’opposizione al capitalismo sta crescendo rapidamente a livello internazionale e si esprime in varie forme: le manifestazioni di massa “No Kings” del 18 ottobre, il rifiuto globale schiacciante del genocidio israeliano a Gaza e le proteste della “Generazione Z” in Africa e in Asia. I sondaggi mostrano che il 67% dei giovani negli Stati Uniti, il centro assoluto della modernità capitalista, ha un atteggiamento positivo o neutrale nei confronti del socialismo, mentre solo il 40% è favorevole al capitalismo.

Stiamo quindi assistendo anche a un attacco ideologico alle idee che rappresentano possibili alternative alla modernità capitalista, soprattutto l’idea del socialismo democratico. Anche le continue minacce e sanzioni contro Cuba devono essere comprese in questo contesto. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha dichiarato apertamente il suo obiettivo di rovesciare il governo socialista dell’Avana. L’attacco imperialista contro il Venezuela può anche essere visto come un colpo contro uno degli ultimi bastioni del socialismo reale nel continente. Il messaggio all’emisfero è chiaro: qualsiasi progetto politico che sfidi la politica estera degli Stati Uniti, anche solo retoricamente, sarà oggetto di pressioni dirette e sistematicamente destabilizzato. Tutti i progetti progressisti che si oppongono all’imperialismo statunitense sono dichiarati obiettivi. In questo contesto, la classificazione di Antifa negli Stati Uniti, così come dei gruppi di sinistra di Germania, Italia e Grecia, come “organizzazioni terroristiche”10 può essere citato come un altro esempio del tentativo del governo statunitense di vietare le idee di sinistra. Gli attacchi di Trump contro Antifa mirano a etichettare tutto ciò che è a sinistra di lui come terrorista e, soprattutto, a diffamare l’ampio movimento antirazzista che si è formato a livello nazionale dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia alcuni anni fa, bollandolo come distruttivo, violento e caotico.

Sulla scia dell’ondata globale di solidarietà con la Palestina, le élite al potere hanno dichiarato apertamente che siamo nel mezzo di una battaglia di idee. Quando le manifestazioni filopalestinesi si sono diffuse nelle università degli Stati Uniti e hanno portato all’occupazione delle università, con studenti e docenti che protestavano chiedendo alle stesse università di ritirare i loro investimenti dalle aziende americane coinvolte nel genocidio, ciò ha rappresentato una minaccia diretta agli interessi del capitale transnazionale e della loro classe. È stato un gruppo di multimilionari e miliardari a ordinare al sindaco di New York, Eric Adams, di inviare la polizia a fare irruzione nella Columbia University e in altri campus della città. Il CEO di Palantir, Alex Karp, ha chiarito quanto fosse alta la posta in gioco dal punto di vista di queste classi capitalistiche transnazionali. Palantir, un’azienda high-tech da miliardi di dollari con sede nella Silicon Valley, ha firmato un accordo con il Ministero della Difesa israeliano all’inizio del 2024 per fornire alle forze armate israeliane l’intelligenza artificiale e altre tecnologie digitali utilizzate nel genocidio di Gaza. “Le proteste nei campus non sono una questione secondaria. Sono la questione principale”, ha detto Karp. “Se perdiamo la battaglia intellettuale, non saremo mai più in grado di formare un esercito in Occidente”.11

Il socialismo democratico del XXI secolo

Trump ha chiarito abbondantemente dove si trova il vero nemico principale di chi detiene il potere con la sua dichiarazione secondo cui il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) dovrebbe essere considerato più pericoloso dello Stato Islamico (IS)12. Anche in questo caso, il PKK rappresenta un movimento socialista che, contrariamente al discorso sulla “fine della storia” degli anni ’90 e al fatto che molti si sono allontanati dal socialismo in quel periodo, ha dichiarato: “Insistere nel socialismo significa insistere nell’umanità”. La lotta del movimento per la libertà e la sua visione di un Medio Oriente democratico-confederale sfidano direttamente l’agenda della modernità capitalista e sono quindi definite da Trump come una minaccia; sono, quindi, la ragione alla base dell’aggressione contro la rivoluzione del Rojava in particolare e al Movimento per la libertà del Kurdistan in generale.

In questa attuale battaglia di idee, il leader curdo Abdullah Öcalan critica anche la ripetizione dogmatica delle teorie del XIX o dell’inizio del XX secolo e la rigida adesione a formule che non sono più rilevanti nel contesto delle condizioni sociali moderne. Egli sottolinea quindi la necessità di ricostruire il socialismo in senso filosofico, ideologico e organizzativo e sostiene un socialismo democratico del XXI secolo in resistenza alla modernità capitalista: “La storia del socialismo reale nel XX secolo dimostra che il suo fallimento si basava anche su un fraintendimento di questa dialettica: il socialismo statalista, che voleva conquistare lo Stato, è stato alla fine assorbito da esso. Il diritto dei popoli all’autodeterminazione è stato ridotto allo Stato nazione, un passo indietro nella logica della politica borghese. Il concetto di “Stato nazione proletario” non ha fatto altro che riprodurre il pensiero statalista. Ecco perché dico: il socialismo dello Stato nazione porta alla sconfitta, mentre il socialismo della società democratica porta alla vittoria. Oggi è giunto il momento di avanzare verso l’emancipazione democratica sulla base del socialismo della società democratica”.13

Mentre il mondo che conosciamo sta cadendo a pezzi, è fondamentale che le forze antisistemiche e democratiche osservino il mondo con una lente internazionalista, si organizzino e agiscano di conseguenza. Ciò significa, come primo passo, distaccarci dalle narrazioni che fanno sembrare uniche le nostre esperienze e creare più contesti in cui vengono evidenziate le somiglianze e le connessioni. Come abbiamo discusso, la Terza guerra mondiale si sta intensificando ogni giorno in forme diverse in luoghi nuovi. A volte la diplomazia si intensifica, a volte la violenza; l’agenda continuerà ad essere plasmata da molteplici crisi. Le priorità nei singoli teatri cambieranno, ma la guerra nel suo complesso sarà combattuta su molti fronti. Al contrario, le rivolte in corso dal 2010 in un gran numero di Paesi, di diversi continenti dimostrano che i popoli, i lavoratori, i giovani e le donne si stanno unendo attorno a rivendicazioni comuni. Tutti questi sviluppi rendono necessario un movimento internazionalista organizzato e, allo stesso tempo, creano una base concreta per la sua nascita.

Il testo è stato scritto prima del recente attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran.

1 Antonio Gramsci, Selezioni dai Quaderni dal carcere, pubblicato e tradotto da Quintin Hoare & Geoffrey Nowell Smith, Londra: Lawrence & Wishart, 1971, p. 276.

2 https://www.theguardian.com/world/2026/jan/21/nostalgia-is-not-a-strategy-mark-carney-is-emerging-as-the-unflinching-realist-ready-to-tackle-trump

3 Öcalan, Abdullah. Oltre lo Stato, il Potere e la Violenza, pp. 207-208.

4 Ebd.

5 Camicie nere era il nome collettivo inizialmente non ufficiale e successivamente divenuto ufficiale dei membri delle milizie paramilitari fasciste italiane.

6 https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf

7 Da Geopolitica a Geoeconomia: Logica del conflitto, grammatica del commercio, Edward N. Luttwak, Rivista: The National Interest

8 https://reports.weforum.org/docs/WEF_Global_Risks_Report_2026.pdf

9 https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/11/anti-communism-week-2025/

10 https://www.tagesschau.de/ausland/amerika/usa-trump-ost-antifa-terror-100.html

11 https://www.youtube.com/watch?v=E1schQrqJFU

12 https://www.zeit.de/politik/ausland/2019-10/us-praesident-donald-trump-pkk-terrormiliz

13 https://english.anf-news.com/features/-82521