Ripartire dal socialismo democratico

Ripartire dal socialismo democratico

Questa intervista a Zeki Bayhan è stata pubblicata nell’ultimo numero della rivista trimestrale Jacobin Italia (https://jacobinitalia.it/rivista/socialism-for-future/). Fondata da Bhaskar Sunkara, con sede a New York, Jacobin offre un punto di vista socialista e anticapitalista su politica, economia e cultura. Dalla fine del 2018,  Jacobin Italia, rappresenta la prima versione locale extra-USA, che contiene sia articoli propri che traduzioni.

Zeki Bayhan è nato nel 1976. Originario di Hakkari, laureato in Economia, è stato arrestato nel 1998 per motivi politici e da 28 anni si trova in carcere. Il 18 aprile 2025 è stato trasferito alla prigione di İmralı come segretario del leader curdo Abdullah Öcalan e il 12 settembre trasferito al carcere di tipo F n. 2 di Smirne per motivi di salute, dove si trova oggi. Ha pubblicato articoli e libri sul socialismo democratico, la nazione democratica, il paradigma ecologico e libertario di genere e sulle scienze sociali. In questa intervista gli abbiamo chiesto di spiegarci il concetto di «socialismo democratico» espresso dalla rivoluzione curda del Rojava.

Di Paola Imperatore, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Pisa, e Jacopo Bindi dell’Accademia della Modernità Democratica.

Cosa intendete con il termine socialismo democratico?

Si può dire che la concettualizzazione del socialismo democratico sia necessaria. Perché la democrazia è intrinseca al socialismo. Allora perché si sente il bisogno dell’aggettivo «democratico»? Perché il socialismo classico pone come primo passaggio necessario per compiere la rivoluzione la dittatura del proletariato. E la dittatura, anche se proletaria, non è compatibile con la democrazia poiché, in nome di qualunque cosa la si instauri, comporta una centralizzazione del potere. In secondo luogo, le esperienze di socialismo reale che hanno caratterizzato il XX secolo non hanno superato la prova dal punto di vista della cultura democratica. E il socialismo del XX secolo, come ideologia di Stato, si è concretizzato, per dirla con Abdullah Öcalan, nella forma del socialismo di Stato. Il socialismo, invece, è per noi un’ideologia della società.

Il motivo principale della concettualizzazione del socialismo democratico è l’ideale di riunire il socialismo con la sua essenza democratica e collettivista. Con questa concettualizzazione intendiamo una socialità morale e politica in cui la società, in tutte le sue componenti, si autogoverna sulla base dell’etica dell’uguaglianza e della libertà.

Pertanto, il socialismo democratico è la prospettiva di ricongiungere il carattere libertario-sociale del socialismo con l’essenza morale-politica della socialità. Nella critica alla lettura progressista della storia di Walter Benjamin può essere descritto anche come l’arresto della deriva verso la catastrofe, raffigurata nell’Allegoria dell’angelo, e la prospettiva di tornare a una socialità libera. La storia del socialismo può essere letta come la storia delle lotte sociali sviluppatesi contro le pratiche di dominio e sfruttamento.

Quali erano, secondo te, i problemi fondamentali del socialismo reale e in che modo il socialismo democratico se ne differenzia?

Numerose critiche sono state sviluppate nel dibattito socialista rivolte alle esperienze ispirate al socialismo reale. Anche noi, in quanto parte integrante del mondo socialista, condividiamo in larga misura queste analisi critiche. In particolare quelle all’approccio economicista e progressivista alla storia e alla società; l’assunzione della contraddizione di classe come contraddizione fondamentale e la riduzione delle contraddizioni etniche, culturali, sessuali e di altro tipo a questioni secondarie; il fatto che la strategia rivoluzionaria, e quindi la trasformazione sociale, venga legata alla conquista del potere statale; il fatto che i valori etico-morali siano messi in ombra dall’analisi economica; infine una trattazione superficiale del rapporto e dell’equilibrio tra essere umano e natura.

Il socialismo democratico non trascura l’importanza della contraddizione economica. Tuttavia, non fa neppure una distinzione nell’ordine di priorità, tra fondamentale e secondario, tra contraddizioni economiche, culturali, sessuali, ecologiche, ecc. Definisce il dominio come costituito da tutte le relazioni di sfruttamento che danneggiano il tessuto egualitario e libertario della socialità e assume come base la lotta contro la totalità di questo sistema.

A questo punto entra in gioco il paradigma di una società democratica, ecologica e libertaria dal punto di vista del genere. Ciò offre una prospettiva secondo cui gli ambiti di sfruttamento si intrecciano e si alimentano a vicenda, perciò la lotta contro di essi si deve configurare in accordo a questa realtà. Di conseguenza, una lotta che non sia libertaria dal punto di vista del genere non può essere né democratica né ecologica. E viceversa. Il fattore più importante alla base del successo del Movimento per la libertà Curdo è proprio questa prospettiva di lotta olistica. Il risultato più concreto di ciò è il livello di organizzazione e libertà raggiunto dal Movimento delle Donne Curde. Pertanto, nel socialismo democratico, il soggetto della rivoluzione/trasformazione sociale non è solo la classe, ma anche i lavoratori, i disoccupati, le donne, le identità e le culture oppresse.

Il socialismo democratico rifiuta la conquista del potere statale per la trasformazione sociale. Al contrario, agisce con una strategia di lotta che mira a distribuire il potere politico centralizzato nelle istituzioni statali in tutti gli ambiti della vita sociale e a costituire un potere sociale basato su organizzazioni autogestite dal basso.

Storicamente, il socialismo ha considerato il conflitto tra capitale e lavoro come una questione centrale, ponendo l’economia al centro del proprio pensiero e delle proprie proposte di trasformazione e lasciando l’ecologia generalmente ai margini della propria analisi. Il socialismo democratico si basa su una ridefinizione del conflitto fondamentale?

Marx è una delle menti più brillanti che la storia abbia mai conosciuto. Da lui abbiamo imparato molte cose e, ancora oggi, abbiamo molto altro da imparare. Tuttavia, per imparare meglio da Marx, pensiamo che sia necessario rileggerlo indipendentemente dai marxismi e alla luce delle condizioni odierne. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare che alcune analisi di Marx sono state superate dalla storia. Anche quelle sull’industria e l’industrialismo rientrano in questo ambito e sono incomplete. Marx, come i suoi contemporanei modernisti, ha letto la storia in una prospettiva progressivista e ha accolto con favore il balzo in avanti che l’industrializzazione ha portato alla produzione. D’altra parte, ha visto, analizzato e preso posizione rispetto allo sfruttamento economico che ne è derivato. Però ha tralasciato lo sfruttamento ecologico. Ciò dà l’impressione di un punto di vista fortemente antropocentrico.

Se approfondiamo un po’ l’analisi, vedremo che una visione non ecologica non può essere nemmeno economica. Perché la natura è la fonte di tutta la produzione e l’essere umano è per sua natura un essere eco-sociale. Se l’equilibrio ecologico viene compromesso, non si può nemmeno parlare di vita, ancor meno di produzione economica.

Il socialismo democratico adotta l’ecologia come principio morale-politico. Pertanto, assume il principio ecologico come fondamento di tutta la produzione economica. Coerentemente con tale scopo e orientamento, riconduce il proprio approccio a termini come eco-produzione, eco-industria, eco-economia.

Negli ultimi due secoli, molte correnti hanno sottolineato la necessità di prendere il controllo dello Stato (sia attraverso le elezioni che attraverso le rivolte) per realizzare il socialismo. In che modo e perché questa visione cambia con il socialismo democratico?

Il socialismo democratico considera problematico l’obiettivo della presa del potere statale previsto dalla strategia rivoluzionaria della teoria socialista classica per la trasformazione sociale. Non si tratta di una semplice analisi o constatazione teorica, ma di una realtà resa evidente dalla storia recente segnata dal fallimento delle esperienze del socialismo reale. Il mondo socialista non può permettersi il lusso di chiudere gli occhi di fronte a una strategia che è stata sperimentata e che ha fallito in tutti i tentativi. L’esperienza socialista non può rinunciare alla dialettica, alla coscienza socialista e al suo carattere autocritico. Noi abbiamo il dovere di trarre conclusioni autocritiche da queste esperienze. Si tratta di una responsabilità storica che incombe su di noi per rimanere fedeli alle lotte socialiste che ci hanno preceduto. Non possiamo sottrarci.

Il socialismo democratico si basa sul trasferimento del potere dallo Stato centrale alla società. Questo richiede non la conquista del potere statale, ma la sua distribuzione. Il modo per farlo è l’organizzazione sociale autogestita, creare strutture e confederarle attraverso reti organizzative.

Questo non è un modello che si svilupperà per mano dello Stato o basandosi sul potere statale, ma è un modello che sarà sviluppato per mano della società basandosi su organizzazioni dal basso. Nel socialismo democratico, il soggetto della trasformazione sociale è la società.

La sinistra occidentale, considerando la nazione essenzialmente come un nemico e intrinsecamente fascista, ha abbandonato da tempo il concetto di nazione. Al contrario, uno dei concetti più forti nel pensiero di Abdullah Öcalan è quello di nazione democratica. In cosa consiste questo concetto?

Secondo la tesi progressivista sulla storia e sulla società e per la teoria socialista basata sull’economia, la nazione è una componente secondaria del sistema capitalista e quindi un fenomeno che sarà superato insieme a esso.

La domanda è: fino a che punto l’analisi basata sull’economia comprende la realtà dell’essere umano/società? Senza dubbio l’economia è uno degli aspetti fondamentali della vita. Tuttavia, quando si definisce l’essere umano/la società, la prima cosa che viene in mente non è generalmente l’economia. Questo perché ciò che distingue l’essere umano dagli altri esseri viventi in natura è il suo pensiero. Sappiamo che la socializzazione non deriva dalla coesistenza meccanica degli esseri umani, ma dall’immaginario comune creato dalle persone che si riuniscono. A seconda dei casi, i valori spirituali possono creare motivazioni di lotta e di vita più efficaci dell’economia.

L’indifferenza o l’approccio carente della teoria marxista nei confronti delle questioni di identità e cultura è stato oggetto di discussione già nella prima metà del XX secolo. Si possono citare ad esempio gli studi della Scuola di Francoforte. E infatti queste analisi hanno dato un contributo significativo all’orizzonte marxista.

Anche il rapporto tra cultura e politica è un argomento che merita di essere approfondito. Infatti la cultura, in politica, ha un’influenza plasmante più forte di quanto si creda.

Nella teoria socialista, la «nazione» è considerata un concetto arretrato. Ma nella pratica, anche le esperienze socialiste non sono riuscite a liberarsi dalla nazione e non hanno potuto ignorarla. L’elaborazione di Lenin dal titolo Sul diritto di autodecisione delle nazioni (1914) può essere letta come un riconoscimento di questa realtà.

Ancora oggi, su scala globale, la lotta e la resistenza incentrate sull’identità e sulla cultura sono più vivaci e più forti della lotta e della resistenza di classe. Infatti, se si analizzano le pratiche di conflitto e di guerra attualmente in atto nel mondo, si vedrà che la maggior parte di esse sono basate sulla cultura e sull’identità. Queste questioni identitarie costituiscono un ambito aperto per la strumentalizzazione da parte dei circoli di interesse globali.

Per tutti questi motivi, il socialismo non può ignorare i problemi di identità e cultura né ridurli a problemi secondari. Il socialismo deve essere sociale e quindi includere le questioni identitarie etnico-culturali (di classe, di genere, ecologiche, ecc.).

A questo punto emerge un secondo problema. I problemi identitari richiedono una soluzione socialista, ma il sistema dello Stato-nazione ha corrotto anche le identità etniche. Lo Stato-nazione ha infatti avvelenato le identità etniche con l’ideologia nazionalista, le ha strumentalizzate e le ha trasformate per legittimare il proprio potere. A tal fine, per costituire un’unica nazione di Stato, decine di identità etniche e culturali sono state sottoposte a genocidio e sterminio. In questo senso, nel sistema dello Stato-nazione capitalista, la nazione è stata trasformata in un pantano societicida e fascistoide. In questo pantano, l’essere nazione è stato identificato con il possesso del potere centrale dello Stato.

La nazione democratica considera e accetta le identità etniche, così come le altre identità sociali, come ricchezza della società. In questo contesto, la nazione democratica è un modello che propone risposte su come potrebbe essere una nazione egualitaria e libertaria da una prospettiva socialista.

La nazione democratica fa fondamentalmente due cose. In primo luogo, elimina dal campo delle lotte di potere le identità etniche-nazionali che sono state costantemente rese strumento del potere e sfruttate lungo l’intero corso del sistema di civiltà statale. In secondo luogo, lega le identità in quanto componenti della socialità libera a un diritto basato sull’etica dell’uguaglianza e della libertà.

Come pensi che si possano mettere a confronto le diverse esperienze socialiste?

L’argomentazione del socialismo sviluppata da Öcalan si basa su una lettura autocritica della storia della lotta socialista: essa presenta un sistema organico che contiene, sul piano del modello di organizzazione, filosofico, ideologico, risposte ai problemi sociali del XXI secolo dal fronte socialista. È necessario esaminare a più livelli questa argomentazione che abbiamo solo accennato a livello molto generale.

Riteniamo che questo lavoro della rivista Jacobin sia molto prezioso. Perché nella situazione attuale, il mondo socialista, frammentato e indebolito sia dal punto di vista teorico che pratico, ha più che mai bisogno di discutere e capirsi a vicenda.

Noi cerchiamo di seguire le esperienze socialiste vissute e che si stanno vivendo in Italia e in diverse parti del mondo, e di imparare da esse. Vogliamo anche condividere le nostre esperienze con il mondo socialista e metterle in comune. Perché sappiamo che, pur avendo le loro libertà, nessuna esperienza socialista può permettersi il lusso di chiudersi in sé stessa. La vita socialista e l’ideale di un mondo socialista sono possibili solo con una corretta dialettica particolare-universale. La strada per raggiungerli passa anche attraverso la convergenza di orizzonti socialisti.

Infine, vorrei richiamare l’attenzione sull’esperienza del Rojava. La rivoluzione del Rojava è un’esperienza storica in cui l’ideologia socialista democratica e il modello di organizzazione si sono concretizzati. Il Rojava, pur essendo costantemente sotto pressione e sotto attacco, è un’esperienza socialista che va tessendosi passo dopo passo. Per poter vedere il potenziale universale dell’argomentazione del socialismo democratico e, di conseguenza, della prospettiva della nazione democratica, è necessario che questa esperienza sia esaminata più da vicino.

Non dimentichiamo che, nelle prime fasi del loro sviluppo, né la Rivoluzione francese né quella sovietica erano di dimensioni enormi. I passi giusti al momento giusto danno inizio a un cammino che, con la partecipazione di persone e ambienti diversi, prosegue verso un domani libero.