Agape Centro Ecumenico: amare la comunità reale

Oggi la parola comunità è al centro del discorso delle forze democratiche. Troppo spesso però, a questo termine si lega una pratica di omogeneizzazione. La tendenza a frammentarsi in gruppi ogni volta più piccoli, alla ricerca di una fuoriuscita dalle contraddizioni terribili del presente, è un’abitudine in cui cadiamo sempre più facilmente. Ma se specchiarsi all’interno di gruppi omogenei può dare una prima sensazione di rassicurante riconoscimento, questa inclinazione risponde integralmente al progetto ideologico liberale del capitale. La strada che invece pensiamo di dover imboccare è quella che va verso l’unità sulla base delle differenze, e verso la ricostruzione di una comunità umana ampia e plurale. Per muovere un passo verso questa stessa unità con quella parte di mondo cristiano che condivide con noi l’orizzonte dell’utopia, abbiamo voluto ospitare sul nostro sito l’intervento con cui Alessandra Trotta, Moderatora della Tavola Valdese, ha esposto l’attualità del concetto di comunità all’Assemblea delle Amiche e degli Amici di Agape Centro Ecumenico a luglio 2025.

Il Centro Ecumenico di Agape (“amore disinteressato” in greco) è un progetto nato nel 1947 sulle macerie della Seconda guerra mondiale, dalla vocazione del Pastore valdese Tullio Vinay. Riconoscendo la necessità impellente di riconciliazione, Vinay stimolò l’edificazione di una grande casa comunitaria nei boschi fuori dal comune di Prali, nelle Valli Valdesi del Piemonte. Parteciparono volontariamente giovani dall’Italia, dalla Germania e da tutta Europa; Valdesi e non. Fin dall’inizio in Agape convivono spiritualità, politica democratica e comunità. Nel corso degli anni, le esperienze che hanno alimentato la vita del Centro hanno tradotto queste tre dimensioni in cicli di approfondimento e formazione su ecumenismo, teologia e spiritualità, giustizia sociale e diritti umani, diversità e identità, lavoro ed educazione. Riconciliazione e ricostruzione sono le fondamenta di tutte le attività di Agape, che si realizzano nella vita comunitaria e nel lavoro volontario.

Agape ha attraversato più di 70 anni di storia italiana ed europea, vivendone tutti i movimenti di rinnovamento e trasformazione, riuscendo a modificarsi a partire dalla volontà di mantenere viva la propria vocazione. Anche oggi, per riuscire in questo intento e ritrovare l’attualità del suo significato, la comunità allargata delle Amiche e degli Amici di Agape ha avviato un percorso per riscoprire il senso del progetto. E questa opera di ricostruzione morale, spirituale, sociale, culturale, ecologica ed economica ha bisogno di persone ispirate dalla stessa utopia di amore che ha partorito Agape sulle rovine fumanti, sulle divisioni, sugli odi e sulle ferite della guerra. Cosa intendiamo quando parliamo di comunità oggi? Che significato diamo a una parola che utilizziamo per definire chi siamo ma che è anche affermazione di una precisa identità spirituale e politica?

AGAPE – AACE luglio 2025

Nel preambolo dello Statuto di Agape si legge: la dimensione comunitaria è determinante per l’opera.

È sempre essenziale riflettere insieme su cosa voglia dire esattamente parlare di Agape come di una “comunità”. Oggi lo facciamo nella consapevolezza di toccare un tema generale fra i più “hard” del nostro tempo. La dimensione comunitaria del vivere fra esseri umani è da tempo in grave crisi; lo è al livello della società civile e delle istituzioni che quella dimensione dovrebbero preservare e garantire; ma anche al livello di esperienza di fede, sempre più vissuta come somma di esperienze individuali (spesso a forte impatto emotivo), anche laddove vissute in modo collettivo.

È questo il tempo in cui si vedono con chiarezza le conseguenze di decenni di sviluppo sfrenato di poteri economici globali che hanno lavorato per disgregare ogni forma di legame sociale, isolando gli individui nel rifiuto di impegni duraturi in nome di illusorie libertà che respingono la solidarietà come un fardello che non ci si può permettere; e nell’accettazione della competizione come regola della vita, in cui si persegue un interesse proprio, sempre più precario e instabile, a danno di altri, contro altri.

In questo quadro, il termine comunità appare obsoleto. Al massimo oggi si parla di “community”, spazi virtuali e fluidi di condivisione senza impegno, senza fisicità, senza legami reali con i soggetti su cui ricadono le conseguenze del proprio agire e delle proprie scelte (in cui non ci si assumono quindi delle responsabilità nei confronti dell’altro/dell’altra), con entrate ed uscite facili.

Oppure, per reazione alle paure ed ansie dell’atomizzazione della vita, si cercano “comunità rifugio”, che rassicurano aggregando per omogeneità; sanno tenere fuori gli estranei, ciò che non è conforme; e si aggregano spesso con una forte aspettativa di purezza, con una forte idealizzazione. Di fronte a queste aspettative, ricordo sempre le parole del teologo e pastore luterano Bonhoeffer (giustiziato dai nazisti per la sua opposizione al regime): “Chi ama il proprio ideale di comunità più della comunità reale finisce con l’essere un elemento distruttivo”, in quanto portatore di giudizio, divisione, esclusione.

La dimensione comunitaria a cui si riferisce il preambolo dello statuto di Agape è certamente altro. A questa dimensione si riferisce lo statuto di un’opera costruita su un’utopia di mondo nuovo, di riconciliazione di ciò che fino al fino al giorno prima era stato diviso da guerre orribili. Un’opera costruita sotto la spinta di movimenti giovanili di chiese cristiane protestanti che non hanno mai dato vita ad esperienze di comunità di tipo monastico (in cui vivono stabilmente, per la vita, persone o gruppi familiari che condividono uno spazio di vita in qualche modo separato dal mondo), praticando invece una fede vissuta laicamente, nella quotidianità delle relazioni sociali, di amicizia, lavoro.

Eppure quest’opera è stata costruita con una proposta di esperienza (lunga o breve) di comunità intesacome comunione (messa in comune) di lavoro e di mensa a cui, sin dal preambolo dello statuto che la presenta, si attribuisce un valore “essenziale”.

È doveroso chiedersi, allora, che idea di comunità si promuove. Basta un’esperienza più o meno lunga di convivenza per essere “una comunità”, la comunità di Agape?

Ed ancora: il carattere determinante della dimensione comunitaria può essere tale anche nel senso che la qualità della comunità qui sperimentabile può costituire in sé una forma di testimonianza che realizza una parte della missione dell’opera?

Agape ha per scopo la testimonianza dell’amore di Cristo…Il gruppo residente si propone di vivere nella prospettiva dell’agape di Cristo (statuto di Agape)

Come possono avere interpretato questa dimensione, cosa possono avere avuto in mente i credenti che questa opera hanno immaginato, costruito, animato nei decenni? Quale caratterizzazione per una comunità che osi assumersi il compito di contribuire a rendere testimonianza dell’amore di Cristo?

Vi propongo di soffermarci su tre elementi costitutivi di una comunità ricavati da ciò che si può comprendere dell’esperienza delle comunità che si aggregarono intorno a Gesù e, successivamente, per rendere testimonianza del suo amore: koinonia, diakonia e marturia.

Koinonia, comunione, condivisione, messa in comune. Di cosa, come e, cosa non poco rilevante, fra chi?

Nessuna scelta rassicurante e di conforto dei compagni e compagne di strada. Le comunità di discepoli e discepole di Gesù colpivano (e in qualche modo disturbavano) per l’incredibile inclusività e pluralismo: giudei e greci; ricchi e poveri; uomini e donne; schiavi e liberi! L’insegnamento e le pratiche di Gesù danno vita a comunità inizialmente fondate su rapporti orizzontali, in cui ognuno è responsabilizzato a contribuire alla costruzione del bene comune. All’interno della comunità sono assegnati compiti diversi in relazione ai diversi doni presenti, ma con l’idea che il corpo non funziona come deve funzionare se ogni parte non riconosce, non valorizza, non si prende cura dell’altra, senza distinzioni di importanza, di onore. La comunità non funziona se non vi è una collaborazione vera, una sinergia (che vuol dire proprio “lavorare insieme”) che si fondi sulla fiducia reciproca; se non vi è la scelta di camminare insieme invece che ciascuno per sé, di costruire insieme avendo un orizzonte nel quale tutti si riconoscono e al quale sentano la responsabilità di partecipare con i propri talenti.

Spazi di vita in cui vi è condivisione della realtà di vita dell’altro, dell’altra, ciascuno visto per ciò che è, senza alcuna idealizzazione ed ansia di purezza. Confrontandosi con la fisicità dell’altro, dell’altra, quella che spesso disturba; e fra mentalità, culture, linguaggi che non vogliono vivere come mondi paralleli, affiancandosi formalmente, ma in fondo rimanendo indifferenti, se non ostili, ciascuno nella sua nicchia di conforto; ma accettano la fatica seria di un dialogo autentico, la fatica di una pluralità non disconnessa ma solidale.

Da subito, si devono mettere nel conto le tensioni di un simile modello. Come vivere in mezzo a tante differenze, in modo che nessuno abbia troppo e nessuno troppo poco, ad esempio.

E vi è poi la tensione generale fra l’IO ed il NOI. Il “noi” di una comunità umana nella quale soltanto si ritiene che ognuno possa vivere la dimensione di pienezza cui è destinato, non contrapposto ad un “voi” che individua i nemici da cui difendersi; un noi, insomma, non settario, elitario ed escludente. Ed un “noi” che non schiaccia le individualità, ma anzi le valorizza una per una; le chiama a crescere, a uscire e a contribuire alla costruzione e alla cura di una comunità rinnovata, in cui la contrapposizione fra singolo e comunità, fra diritti individuali e sociali, fra benessere personale e bene comune si può davvero sciogliere in un equilibrio virtuoso: la comunità non assorbe il soggetto fino a cancellarlo nella sua specialità e individualità unica; e l’individuo non si concepisce come il centro del mondo al quale asservire gli altri, in un’illusione di autonomia egoistica.

Diakonia. Diacono, colui che serve, è l’appellativo che Gesù si attribuisce; ed è la condizione che indica ai suoi discepoli quando questi si interrogano su chi di loro sia il maggiore.

È l’affermazione della logica del servizio contrapposta a quella del potere. Una dimensione in cui si può vivere un’autentica libertà, che incarna l’economia alternativa di Dio, le sue priorità: un’economia in cui il grande si fa piccolo, l’ultimo diventa primo, il libero si rende servo, lo schiavo diventa libero; il sapiente si fa umile; l’umile diventa sapiente, il forte si fa debole, il debole diventa forte….

Un’economia del ribaltamento dello status, che si realizza con un movimento dall’alto verso il basso; che si pone come elemento critico, che rompe, che cambia, che trasforma le relazioni, in cui muta quindi sia lo status di chi serve sia quello di chi è servito.

Un servizio che si declina in molte dimensioni: quella dell’ascolto, dell’aiuto concreto anche nei bisogni materiali (che rende credibile ciò che si predica), della cura reciproca; nella dimensione del portare i pesi gli uni degli altri, a cominciare dal peso della libertà dell’altro (che non è esattamente come lo vorrei io, come sarebbe bene che fosse per riflettere al meglio le mie qualità, le mie aspettative, i miei desideri).

E qui si impone un’altra domanda: la nostra esperienza di comunità rende gli individui che la compongono più liberi, più valorizzati, più forti, più adulti, più autonomi? Nelle relazioni comunitarie, come nel servizio al prossimo fuori dalla comunità, muta lo status di chi serve e muta lo status di chi è servito; e come?

Marturia, testimonianza. È unadimensione spesso trascurata, credo in quanto considerata (ingiustamente) problematica in un contesto comunitario (come quello di Agape) che accoglie e rende partecipi persone credenti e non credenti o diversamente credenti. In realtà questa dimensione è anch’essa fondativa, intrecciandosi in modo essenziale alle altre due, anche laddove laicizzata: orienta verso comunità estroverse, che non considerano come fine quello dell’autoconservazione, ma che sono mosse verso ciò che sta oltre le proprie mura da una visione ideale che si vuole condividere, da un’utopia (nel tempo della fine delle utopie) che i cristiani chiamano Regno di Dio: una visione di un mondo diverso, che offre un orizzonte in cui la singola vicenda umana può inserirsi e trovare senso, un significato che la rende degna di essere vissuta e che fa anche osare scelte di giustizia, di pace, di riconciliazione anche laddove una trasformazione, un cambiamento appare impossibile.

È difficile, direi impossibile, che si possano realizzare le dimensioni della koinonia e diakonia, nel modo esigente in cui le abbiamo presentate, senza questo collante di visione comune che diventa una missione. E d’altra parte è vero (per riprendere uno dei quesiti iniziali) che le dimensioni della koinonoia e diakonia, vissute nella pienezza descritte, possono rendere una comunità un vero e proprio laboratorio di convivenza in grado di fare sentire (in mezzo a limiti, contraddizioni, tentativi falliti, cadute) almeno un po’ del profumo di quel mondo diverso, assumendo quindi di per sé il valore di una marturia, di una testimonianza che può incoraggiare, mobilitare, nutrire, rinforzare altri ed altre.

Sono profondamente convinta, in ogni caso, che nella koinonia, diakonia e marturia che costruiscono comunità valga la pena di spendersi anche, anzi direi soprattutto nel tempo della crisi dell’idea stessa di comunità. Vale la pena di spendersi, radicandosi nel passato di una lunga storia di faticosa costruzione di una umanità rinnovata che ha dato senso alla vita di molte generazioni prima di noi; in un impegno laborioso e creativo nel presente; guidato da una visione allargata di futuro, fiduciosa, gioiosa e contagiosa!