Costruire la pace in tempo di guerra – Intervista alla Rete Italiana Pace e Disarmo

Mentre la Terza guerra mondiale vive un’importante accelerata, le forze democratiche portano avanti un lavoro costante. Consapevoli dell’importanza che riveste, oggi più che mai, costruire alleanze internazionali, sorgono e si ristrutturano campagne e network per fronteggiare le politiche belliche e l’attacco alle società. C’è una grande parte della società che lotta contro il sistema.
Di seguito è riportata l’intervista completa che, come Accademia della Modernità Democratica, abbiamo realizzato ad Alfio Nicotra, coordinatore dell’esecutivo della Rete Italiana Pace e Disarmo. Partendo dall’esperienza della rete, Alfio Nicotra inquadra criticità e possibilità dell’Unione Europea e del diritto internazionale. Condivide la lettura delle posizioni del movimento pacifista su temi come l’autodifesa e la via diplomatica, e analizza le possibilità di resistenza e organizzazione della società alla luce dell’ “Appello per la Pace e una Società democratica” di Abdullah Öcalan.

Per cominciare, ti chiedo se puoi spiegarci brevemente cos’è la Rete Italiana Pace e Disarmo, come nasce, da chi è composta e come opera.

La Rete Italiana Pace e Disarmo è nata il 21 settembre 2020 dalla confluenza di due organismi storici del movimento pacifista italiano: la Rete della Pace (fondata nel 2014) e la Rete Italiana per il Disarmo (fondata nel 2004). È composta da decine e decine di organizzazioni: dalle sigle sindacali alle associazioni della galassia cattolica, dall’ARCI alle ONG, dalle associazioni delle comunità etniche, alle più classiche sigle del pacifismo italiano. Tutte queste organizzazioni lavorano congiuntamente per la pace e il disarmo, per la solidarietà tra i popoli e per i diritti umani.
La rete ha un’assemblea plenaria annuale, in cui si decidono le linee guida per l’anno e in cui si dà mandato a un esecutivo, a gruppi di lavoro e alle varie campagne. Vi è un coordinatore nazionale e dei responsabili delle varie iniziative. Le campagne principali vertono su alcuni temi come educazione alla pace, controllo export armamenti e spese militari, disarmo climatico e disarmo nucleare. Vediamoli velocemente.

Educare alla pace è fondamentale, specialmente oggi, in cui l’azione formativa ed educativa mira ad offrire strumenti utili per comprendere la complessità del mondo contemporaneo. In relazione al dilemma pace/guerra sono importanti non solo l’informazione, ma anche la formazione. Il luogo primario della formazione è la scuola, unitamente all’università. Il Coordinamento di Educazione alla Pace di RIPD organizza corsi e seminari per gli studenti e le studentesse, ma anche formazioni e dossier per il corpo docente.
Il controllo e monitoraggio delle spese militari, oggi ai massimi storici in Italia, e delle esportazioni di armamenti è un compito primario della nostra rete. Dai dati raccolti vengono prodotti opuscoli e strumenti divulgativi ma anche vere e proprie proposte di legge, o di “finanziaria alternativa”, come quella prodotta in rapporto con Sbilanciamoci. Ogni anno, insieme, lavoriamo alla redazione di una legge di bilancio alternativa che presentiamo alle Camere e che nel 2025 abbiamo presentato, attraverso una carovana, sul territorio italiano. Sperimentazione che porteremo avanti anche nel 2026 perché ha dimostrato una certa efficacia. Oltre ciò, siamo soliti lanciare e prendere parte, periodicamente, a giornate di azione e mobilitazione sul tema.
Con “disarmo climatico” intendiamo che senza tutela della Terra non può esistere pace duratura, e senza pace non esiste possibilità di tutela reale dell’ambiente. Le esplosioni, i roghi, le infrastrutture devastate, l’abbandono di munizioni e materiali tossici, il saccheggio delle foreste, dei fiumi, dei minerali: sono tutti elementi che comportano – in guerra e in generale in ogni situazione di fragilità per gli ecosistemi – un gravissimo impatto ambientale che impoverisce i popoli, mina all’origine qualsiasi ipotesi di ricostruzione, provoca impatti per le generazioni future. La militarizzazione – non solo riguardante le Forze Armate in senso stretto ma anche nelle declinazioni industriali, estrattive, infrastrutturali – rappresenta una delle leve più aggressive della violenza ambientale, del degrado e dell’ingiustizia ecologica. L’economia di guerra, la competizione per le risorse energetiche e minerarie, le filiere industriali ad alta intensità carbonica e le spese militari crescenti sono parte dello stesso paradigma: la distruzione ambientale è funzionale alla guerra, e la guerra accelera le dinamiche climatiche distruttive.
Il termine “disarmo nucleare” è più intuitivo. Mentre il mondo si avvicina alla scadenza dell’ultimo trattato che limita gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia, è in corso una nuova corsa agli armamenti. In questo contesto, il recente quinto anniversario dell’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) ricorda che la sicurezza non può essere fondata sulla minaccia di distruzione globale. Il 22 gennaio 2021 entrava in vigore il TPNW, primo accordo internazionale che mette esplicitamente al bando le armi nucleari, vietandone sviluppo, sperimentazione, produzione, stoccaggio, uso e minaccia di uso. Un passaggio storico, reso possibile dalla mobilitazione della società civile globale e dalle testimonianze degli hibakusha, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki. La Rete Italiana Pace e Disarmo, da sempre, lotta per superare la logica della deterrenza nucleare.
Oltre queste campagne specifiche, interveniamo costantemente con comunicati stampa e prese di posizione.

Non solo un lavoro sul territorio italiano. La Rete partecipa a diverse campagne e reti internazionali ed europee, puoi parlarci di alcune di queste? Quale è la relazione tra democrazie europee e guerra e riarmo? Quale il ruolo dell’Europa?

I network principali sono l’ICAN sulla questione delle armi nucleari, INEW sulle armi esplosive e STOP KILLER ROBOT sull’uso di droni e AI. Tutte campagne internazionali, network, di cui facciamo parte da tempo. Poi vi sono i network nazionali con collegamento internazionale come la campagna Stop Rearm Europe che è una campagna sorta tra le organizzazioni pacifiste europee contro il piano di riarmo annunciato da Ursula von der Leyen. Tra le reti nazionali a cui partecipiamo, una è quella Contro i re e le loro guerre. La cosiddetta campagna No Kings che nasce in Minnesota su iniziativa dei movimenti per i diritti umani e pacifisti degli Stati Uniti d’America e che tiene insieme le politiche di riarmo e le politiche contro la cosiddetta guerra interna, cioè il fatto che la guerra e il riarmo stanno sfigurando le nostre democrazie e piegandole a torsioni autoritarie. Negli Stati Uniti è particolarmente conclamato ciò per via dell’impiego della Guardia Nazionale, l’ICE, questa milizia speciale che da polizia di frontiere è diventata una milizia che fa i rastrellamenti nelle città.
Per cui, la connessione democrazia-guerra-riarmo mi pare abbastanza evidente.

Come hanno persino detto importanti generali, tra cui il capo di stato maggiore degli Stati Uniti Milley o lo stesso nostro generale Cavo Dragone, in merito al conflitto Russo-Ucraino: “non esiste una soluzione e nessuno può vincerla quella guerra”. Voglio dire che le guerre non le vince più nessuno. L’ultima guerra vinta in modo tradizionale la possiamo datare alla guerra del Vietnam, dove si può osservare un vincitore effettivo e dove si è aperta successivamente anche una fase di pace. In tutte le altre guerre, dalla Somalia alla stessa Jugoslavia, possiamo osservare la pace come una temporanea sospensione della guerra, le tensioni bruciano sotto le ceneri. Tutto ciò si esplicita ancor di più se guardiamo alla guerra afghana o a quella irachena, in cui si doveva esportare la democrazia e la sicurezza, e dove invece si è esportata insicurezza e costruito nuovi mostri come l’ISIS. Anche questa guerra scatenata nei confronti dell’Iran rischia di allargarsi a cerchi concentrici dal Medio Oriente ad almeno tre continenti.
L’Europa, tra l’altro, è coinvolta in questi conflitti non solo perché è protagonista nell’esportazione di armi ai paesi che si fanno la guerra, ma perché la fuga di milioni di persone le ritroviamo sulle sponde del Mediterraneo. Per esempio nel solo Sudan ci sono dai 12 ai 14 milioni di persone in fuga dalle loro città.
La nostra lettura è molto chiara, siamo dentro una guerra mondiale a pezzi, il militarismo si sta dimostrando una ricetta non solo sbagliata, ma del tutto inefficace rispetto almeno agli intenti dichiarati. Peraltro, non è vero che usciamo da una fase di disarmo come ha detto l’amministratore delegato di Leonardo, per il quale “l’Europa si è adagiata sulla pax americana”. L’Europa, in questi 80 anni, oltre a aver conosciuto la guerra nella ex Jugoslavia, dunque all’interno dei propri confini, ha esportato altrove un’infinità di conflitti: Afghanistan, Iraq, Libia e via dicendo. Un’Europa che ha agito ed agisce come forza destabilizzatrice e dunque non come forza di pace; andando in contrasto esattamente con la sua carta d’intenti e la ragione sociale per cui è stata fondata.

A fronte di questa situazione, qual è lo stato dell’arte del Movimento pacifista? Quale fase attraversa?

Noi abbiamo una storia gloriosa del movimento pacifista italiano, se ne possono trovare informazioni dettagliate nel sito che è stato realizzato ad hoc da alcune nostre realtà associate1. Voglio dire che il Movimento per la pace contemporaneo nasce con la lotta contro i missili a Comiso, in cui, le grandi mobilizzazioni di quegli anni rompono la cappa degli anni di piombo, riportando la politica alle nuove generazioni, riempiendo le piazze di colori. In Italia abbiamo avuto la più alta partecipazione nella storia dell’umanità nelle mobilitazioni per la pace. Si può prendere come data simbolo il 15 febbraio 2003, quando secondo il New York Times 110 milioni di persone scesero in piazza per cercare di impedire la Seconda guerra del golfo. Quello fu uno sforzo immane, enorme, una sorta di internazionale, e lì c’è stato il momento più alto di unione delle reti e organizzazioni, era una rete mondiale. Si organizzarono manifestazioni, nello stesso giorno, in 965 città in tutto il mondo, in tutti e cinque continenti. Quella fu la dimostrazione della forza del Movimento per la Pace, capace di superare confini, barriere linguistiche e unire le diversità.
Il fatto che gli stati se ne siano fregati, sia dell’enorme dispiegamento di popoli sia dell’ opinione pubblica schierati contro la guerra, ha avuto delle ripercussioni; ognuno, ritornato nei propri paesi, ha dovuto fare conto con gli integralismi risorgenti, sia nazionalisti che di tipo religioso.
In quell’occasione è stata messa fortemente in discussione, tra l’altro, la capacità delle democrazie liberali di essere effettivamente democratiche. Aver ignorato il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione fosse contraria a quella guerra e averla fatta lo stesso, ha comportato una separazione tra popolo e istituzioni, a cui assistiamo anche adesso con questa crisi delle democrazie globali.

Il movimento pacifista ha un doppio connotato. Capacità di partecipazione molto alta quando le guerre sono in corso, si stanno preparando. Nel 2003 vi erano milioni di bandiere della pace ai balconi delle case, in ogni comune, mobilitazioni ovunque; insomma, vi era una partecipazione diffusa esplicita. E un movimento carsico, cioè di immersione nella società, in cui la partecipazione di massa non è visibile ma vi sono un’infinità di piccole e grandi associazioni che lavorano quotidianamente sull’educazione alla pace, la promozione dei diritti umani, dei diritti di cittadinanza, osservatori sul riarmo, e battaglie sul disarmo, la denuncia dei processi di militarizzazione, l’obiezione di coscienza, testimonianze collettive e individuali di resistenza alle politiche di guerra.

Dicevo che nel 2003 abbiamo sicuramente avuto il momento più alto della storia del pacifismo mondiale. Adesso, invece, fatichiamo a rimettere insieme le reti internazionali. Sull’Ucraina, per esempio, abbiamo versioni diverse, mentre un tempo sulla mobilitazione contro la guerra all’Iraq avevamo tutti la stessa analisi, le stesse parole d’ordine. I nazionalismi hanno diviso i popoli e anche i movimenti pacifisti.
La nostra posizione come movimento pacifista italiano sulla guerra in Ucraina è molto chiara, siamo contrari all’invasione, respingiamo il tentativo di derubricarci a belle anime che chiedono, e si appellano solo alla diplomazia. Per noi l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, cioè la legittima difesa di una popolazione aggredita si deve applicare; solamente che noi quella Carta delle Nazioni Unite, quell’articolo 51 l’abbiamo letto per intero e prosegue oltre. La legittima difesa è necessaria e valida fintanto che la comunità internazionale non assuma un’iniziativa per risolvere per via diplomatica e negoziale la crisi. Noi come pacifisti italiani, Europe for Peace, abbiamo insistito su questo, che il diritto di difesa non può essere infinito, serve per difendersi all’inizio ma che poi si deve ambire ai negoziati, la politica deve risolvere i conflitti. Anche perché non esiste, come dicevo già in precedenza, una soluzione militare né di quel conflitto né di nessun altro conflitto.


Il 27 febbraio 2025, il leader del movimento curdo per la libertà, Abdullah Öcalan ha lanciato un “Appello per la pace e una società democratica”. Questo non vuole essere solo l’inizio di un nuovo processo di pace tra popolo curdo e popolo turco, ma un cambiamento storico nelle prospettive di pace in generale. Queste prospettive vedono al centro il ruolo della società che agisce un processo di democratizzazione del sistema. Possiamo guardare ai processi che tu chiami di “partecipazione esplicita e lavoro carsico” nei termini della ricostruzione della società democratica?

Io ho avuto la fortuna, nella mia storia di giornalista, di intervistare Abdullah Öcalanquando stava in Siria nel ‘97. Credo di essere stato uno dei pochi giornalisti ad averlo fatto. In seguito, Öcalan verrà in Italia proprio per dire che le armi non possono portare a una soluzione nei diritti del popolo curdo, né risolvere in modo positivo i vari conflitti in Medio Oriente. Purtroppo, come sappiamo, venne costretto a lasciare il nostro paese e venne poi rapito dai servizi segreti turchi e portato nell’isola di Imrali. Isola che io paragono a un’altra piccola isola che nella Seconda Guerra Mondiale vedeva gli antifascisti reclusi e dalla quale partì il manifesto di Ventotene. In una situazione in cui l’Europa era in fiamme, si prospettò quell’idea di superare i confini, di unione tra i popoli, quell’idea del federalismo europeo e dell’Europa democratica e dei popoli, che sembrava del tutto folle in quel momento. L’appello di Öcalan mi ricorda tantissimo questa carica utopica, come unico realismo possibile a disposizione dei popoli. E lo fa tra l’altro smontando uno degli elementi di maggiore responsabilità nelle attuali crisi internazionali, cioè l’idea che sia lo Stato nazione a essere la risposta adeguata alle democrazie contemporanee. Il confederalismo democratico ha questa forza. Serve buttare giù i confini, non sollevarne di nuovi. Non creare nuovi stati nazionali, ma creare spazi confederati, partecipati, in cui ognuno sia libero e tutti siano diversi ma uguali, con gli stessi diritti umani e sociali, in cui ognuno possa parlare la propria lingua senza che questo rappresenti un elemento di contrasto con gli altri. Insomma, fare del pluralismo, della diversità, una forza invece che una debolezza. Questa posizione di Öcalan chiaramente contrasta con la vecchia idea romana del “diviti et impera”, con l’idea coloniale che ci sia un popolo eletto, detentore della civiltà che impone agli altri il proprio modello, la propria lingua, la propria ricostruzione della storia e via dicendo. È forse una delle poche voci di pace che si levano in questo periodo di guerra. L’appello di Öcalan meriterebbe di essere ascoltato.
Bisognerebbe fare pressione sul presidente Erdogan e sulla Turchia affinché le promesse fatte con il disarmo del PKK vengano finalmente realizzate. Erdogan sta usando questa carta per avere un nuovo mandato come Presidente della Turchia, modificando la Costituzione. Vedremo cosa succederà, ma sarebbe opportuno accendere più di un faro su questa vicenda, perché riguarda tutti noi: la Turchia è un grande paese, se si afferma una democrazia confederale in quel paese avrà un effetto benefico in tutta la regione e anche in Europa, perché finalmente si potrebbe coronare il sogno di vedere una Turchia realmente democratica entrare nell’Unione Europea, un evento storico.

La causa del popolo curdo nella versione del confederalismo democratico è una risposta contemporanea, modernissima. Vediamo, invece, un costante ritorno agli stati nazione, agli stati armati, costruiti su base etnica, religiosa.
Sarebbe, per esempio, il modello del confederalismo democratico una risposta contemporanea e moderna al conflitto israelo-palestinese. È stato molto utilizzato, un controverso slogan, sia dalla destra israeliana che dal movimento di solidarietà al popolo palestinese: “dal fiume sino al mare”. Sarebbe utile aggiungere però altre due parole: “dal fiume sino al mare, tutti liberi e tutti uguali”. Nel senso che anche lì i confini costruiti dal colonialismo sono confini artefatti e l’idea dovrebbe essere quella di riunire i popoli del Mediterraneo. Sarebbe bello immaginarsi un Parlamento del Mediterraneo, un processo di superamento delle attuali contrapposizioni, e dell’idea per cui solo noi occidentali siamo democratici e tutti gli altri no. In base a quest’idea, per esempio, abbiamo abbandonato le Primavere Arabe, considerando i regimi, come quello egiziano, più sicuri rispetto ad altre possibili transizioni. O ancora lo abbiamo visto in Tunisia, che era, tra mille contraddizioni, una delle democrazie più avanzate nel Maghreb. Insomma, la pace è l’elemento che unifica i popoli, mentre la guerra è l’elemento che li divide.
Noi facciamo parte del comitato per la liberazione, oltre che di Ocalan, anche di Marwan Barghuthi, chiamato il Nelson Mandela palestinese. Il problema è che in Israele manca, dentro o fuori dal governo israeliano, una figura disponibile a non parlare il linguaggio della guerra e questo è un problema. Dovremmo aiutare Israele a liberarsi di questo fardello di essere prigionieri della fortificazione nazionalista, colonialista e razzista.

A proposito di Israele e delle ultime guerre in corso, molte delle campagne a cui la Rete prende parte e che promuove richiamano alla messa in pratica del Diritto internazionale che, oggi più che mai, è messo in crisi dal nuovo scenario di Guerra. Può, secondo voi, il diritto ancora essere uno strumento utile nella strada verso una società democratica? Se sì, come pensate si possa agire per ridargli valore?

Quando si celebrano i summit come questo del Board of Peace, con tutta una serie di dittatori intorno a Trump, con la partecipazione italiana del vicepresidente del Consiglio, si pianta un chiodo sulla barra del diritto internazionale. Il Board of Peace è un tentativo definitivo di espropriare le Nazioni Unite di possibilità d’azione, dopo diversi anni di delegittimazione. Gli Stati Uniti, in particolar modo sotto l’amministrazione Trump, hanno tagliato un’infinità di fondi all’Organizzazione delle Nazione Unite. Gli Stati Uniti, approfittando del fatto per cui la sede delle Nazioni Unite si trova a New York, stanno violando addirittura il trattato, impedendo ad alcuni presidenti di poter partecipare all’assise, per esempio è successo ultimamente al presidente della Colombia. Ma possiamo fare diversi esempi. L’avere delegittimato UNRWA, l’organizzazione storica di sostegno ai rifugiati palestinesi e averne assistito allo smantellamento della sede, a Gerusalemme Est, tirata giù con le ruspe. L’impedimento fatto alle organizzazioni non governative di poter lavorare in Cisgiordania e a Gaza. La pretesa che le organizzazioni non governative si trasformino in organizzazioni di spie, dando la lista dei propri lavoratori, attivisti, dirigenti palestinesi alle forze di occupazione. Impedire alla Croce Rossa internazionale di entrare nelle carceri in cui sono detenuti in modo arbitrario migliaia di cittadini, addirittura minori, palestinesi. Promuovere una legge per il ripristino della pena di morte in Israele, fattò già grave di per sé, solo per gli arabi e non per gli israeliani. Sono tutte cose che ledono l’ontologia delle ONG e il diritto internazionale più elementare. Però un metro di ghiaccio non si forma in una notte sola. Questa violazione del diritto internazionale purtroppo affonda nell’avere spazzato via quella grande speranza che aveva suscitato la caduta del muro di Berlino. In quegli anni si parlava di dividendi di pace, Gorbačëv parlava di casa comune europea. Non si è riusciti a cacciare la guerra dalla storia o far sì che il preambolo delle Nazioni Unite finalmente avesse la sua realizzazione, ovvero: “noi popoli del mondo ci mettiamo insieme per impedire alle nuove generazioni di conoscere il flagello della guerra”. Quello era l’intento costitutivo delle Nazioni Unite. Quando si è scelta la guerra in Jugoslavia, e poi la guerra in Iraq nel ‘91, si è capito che la guerra fredda non l’avevano vinta i popoli che avevano abbattuto il muro di Berlino e finalmente riunificato un continente, ma l’aveva vinta una parte. Gli Stati Uniti d’America, la NATO che infatti è rimasta in piedi.

Durante la Prima guerra del Golfo si cercava di avere una giustificazione formale del diritto internazionale, così venne chiamata: “Operazione di polizia internazionale”. Oggi, l’operazione fatta da Putin, l’invasione dell’Ucraina, è chiamata “Operazione speciale”. C’è un’assonanza. Siamo figli tutti di quel maledetto ‘91 in cui si scelse la guerra. Si sono smontate, tra l’altro, le cose positive degli anni della guerra fredda, come il processo che porto agli Accordi di Helsinki. Accordi incentrati sul disarmo, non sul riarmo. Così come un altro evento storico per l’Europa, ovvero il disarmo tedesco, è reso vano dal rapidissimo e imponente riarmo odierno. Il cancelliere federale Merz ha prospettato di avere, da qui a cinque anni, il più forte esercito europeo. Questa è una prospettiva inquietante.

Sembra di trovarsi nel sonno della ragione di Goya, o riprendendo le parole di Gramsci, “il mondo vecchio sta morendo, il mondo nuovo tarda a sorgere è in questo chiaroscuro che sorgono i mostri”. Il diritto internazionale, i diritti umani e ciò che ha fatto la Corte Penale internazionale emanando i mandati di cattura contro Netanyahu e i capi di Hamas, rappresentano una luce in questo chiaroscuro. I giudici della Corte Penale dovrebbero essere tutelati, l’Unione Europea potrebbe fare da scudo rispetto alle sanzioni bilaterali e illegali che gli Stati Uniti hanno fatto nei loro confronti, nei confronti della relatrice ONU Francesca Albanese, nei confronti dei centri di diritto umano che hanno dato le prove del genocidio. Questo potrebbe fare l’Europa, difendere il diritto internazionale. Temiamo però che, come ha detto il ministro Tajani, il diritto internazionale per questa classe dirigente europea valga fino a un certo punto. Che la postura politicista stia prevalendo nelle classi europee; e con l’estrema destra, data come primo partito in Germania, in Francia, in Spagna, sembra di rivedere gli anni ’30. Riarmo, crescita dei neofascismi, dei nazionalismi. L’unica speranza, e per questo i movimenti della pace che stanno lavorando con la società, sono fondamentali, è che invece si imponga un punto di vista diverso. Faccio solo un esempio, non dobbiamo parlare solo degli aspetti negativi. L’altro giorno, il 5 di marzo, c’è stato un grande sciopero studentesco in Germania. Ragazzi e ragazze tedesche, si sono mobilitati contro il tentativo di imporre una nuova leva obbligatoria per costruire quel grande esercito, il più grande d’Europa. Questo è un elemento fondamentale, che viene dalla vecchia poesia di Bertolt Brecht: “Generale, il tuo carro armato è una macchina potente, spiana un bosco e sfracella cento uomini. Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista.[…] Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare”. Noi siamo qui per aiutare a pensare, per portare altri valori rispetto a quelli della legge del più forte. E anche se in questo momento sembriamo essere sconfitti, non siamo minoranza nel mondo. La stragrande maggioranza delle persone è schierata contro la guerra. Dobbiamo far crescere questa consapevolezza, farla tradurre in qualcosa di più politico e rimetterla nella disponibilità della capacità che ognuno di noi può fare qualcosa per fermare ogni guerra e per costruire la pace. Restituire alla società questo potere costituente che ci ha già salvato da molte sciagure.

1 www.paceinmovimento.it